Il crollo di Wall Street. Ne avrete sentito parlare centinaia di volte, fra mezze verità, miti e leggende. Ma come andarono davvero le cose in quegli anni ormai lontani? E poi, la lezione è stata capita sino in fondo, oppure… Forza, saliamo ancora una volta sulla macchina del tempo marca Vision scf, e andiamo a “controllare”…

L’Innesco della crisi, ovvero i ruggenti anni Venti di Wall Street (a debito)

New York, primavera del 1929. Il motore economico degli Stati Uniti gira a pieno regime e a Wall Street sembra che la povertà sia stata bandita per sempre (potresti persino trovare qualcuno disposto a chiedersi se sia mai esistita). Fra i circoli e i bar di Manhattan infatti (ma la stessa cosa succede da Los Angeles a Miami passando per Washington e Chicago), non si parla d’altro che di borsa, col valore delle azioni – tutte!- che sale senza sosta, incessantemente e ormai da anni. I broker hanno introdotto un meccanismo finanziario rivoluzionario e seducente: l’acquisto “a margine”. Come funzioni è presto detto: per comprare ad esempio diecimila dollari di azioni, ne bastano mille in contanti; il resto te lo presta la banca, trattenendo i titoli stessi come garanzia del debito. Finché il mercato sale, così tutti guadagnano cifre astronomiche rivendendo le azioni dopo poche settimane, ripagando il debito e intascando il profitto. Di cosa trattasi è presto detto: speculazione pura ad elevatissimo tasso di gambling, che al tempo era ormai strutturata in una sorta di febbre collettiva capace di contagiare qual si voglia classe e categoria nel sogno collettivo di una ricchezza virtualmente alla portata di tutti. Non solo capitalisti, capitani d’industria e operatori finanziari dunque, ma anche operai e camerieri, casalinghe, commercianti e tassisti. L’American dream, in salsa finanziaria. Tanto che era la norma vedere un driver di Yellow Cab nel traffico di Broadway, girarsi verso il suo passeggero per consigliargli l’ultimo titolo caldo del momento su cui “puntare il gruzzoletto”. Con nessuno che pareva accorgersi del filo di rasoio su cui correva l’intero flusso delle operazioni: quello di aver appoggiato l’intera ricchezza della nazione su un castello di carte tenuto in piedi da prestiti bancari garantiti sulla semplice fiducia di un mercato finanziario senza regole in un rally permanente.

Follia…

I primi scricchiolii dell’autunno

E infatti, mentre la borsa continua la sua spericolata corsa verso l’alto, l’economia reale comincia a lanciare segnali d’allarme che Wall Street ignora colpevolmente. Nell’autunno del 1929, la produzione industriale americana rallenta, il settore immobiliare entra in crisi e i magazzini delle fabbriche si riempiono di automobili e radio invendute (vale anche per tante altre categorie di prodotti). Nulla di drammatico in sé, intendiamoci. Ovvero, in condizioni di mercato finanziario non drogato dal metadone dei prestiti a margine e da una sorta d’euforia anfetaminica sostenuta dalla più cieca avidità, il tutto sarebbe finito per essere a una semplice crisi ciclica derivata dalla saturazione (sempre momentanea) della capacità di consumo dei cittadini, ormai al limite. E invece, contrariamente ad ogni idea di buon senso il valore delle azioni continuò a salire per pura inerzia speculativa. A inizio ottobre però – quando cominciano ad arrivare sulle scrivanie i bilanci quelli veri – alcuni grandi investitori istituzionali e banchieri d’affari, accorgendosi della discrepanza tra i profitti aziendali reali e le quotazioni stellari, iniziano a vendere i propri titoli in sordina per monetizzare i guadagni. Questo movimento genera le prime ondate sotterranee di nervosismo nei mercati. Nei piccoli uffici dei broker, il ticchettio del ticker tape — il nastro telegrafico che all’epoca stampava i prezzi — comincia a mostrare lievi ma costanti cali, introducendo il dubbio e un velo di paura tra i piccoli risparmiatori con in mano le misere “certezze” dei loro “diavolo” di debiti a margine.

I più accorti e sensibili iniziano a tremare, e non è per il vento del Nord che soffia sempre più freddo fra le foglie degli alberi di quell’ottobre…

Il panico del 24 e 29 ottobre

Non avviene per gradi, ma di schianto.

Con la diga che crolla esattamente il giovedì 24 ottobre 1929. Prima, la calma apparente. Poi, lo tsunami. Che si presenta come un’ondata di ordini di vendita senza precedenti che in pochi attimi travolge la borsa di New York. Poche ore dal Big Bang, e il panico è divenuto sistemico. Solo che qui non è un universo che nasce a far rumore, ma uno che muore generando un buco nero colossale. Tutti vogliono vendere, ma non ci sono compratori. Le banche, terrorizzate, chiedono il rientro immediato dei prestiti a margine; i risparmiatori, che non hanno contanti, vedono le proprie azioni svendute d’ufficio dai broker per coprire le perdite, accelerando il crollo in un effetto domino catastrofico. Fuori dal palazzo di Wall Street si raduna una folla oceanica e silenziosa. Non ci sono urla, grida, strepiti e isteria: solo il rumore dei bollettini stracciati che cadono dalle finestre e i passi frenetici dei fattorini. Le quotazioni collassano così velocemente che i telegrafi accumulano ore di ritardo, lasciando gli investitori nell’ignoranza della propria rovina. Il martedì successivo, 29 ottobre, il mercato finanziario subisce il colpo definitivo: in un solo giorno svaniscono quattordici miliardi di dollari (all’epoca un’enormità) e i risparmi di un’intera generazione vengono polverizzati, assieme a tutti i suoi sogni.

La Grande Depressione

Come ovvio, le macerie finanziarie di Wall Street si riversano immediatamente su un economia reale già minata, innescando una reazione a catena globale. Le banche, rimaste prive di liquidità a causa dei prestiti a margine mai ripagati, iniziano a fallire a migliaia, congelando il credito a imprese e famiglie. Senza finanziamenti, le fabbriche tagliano la produzione e licenziano i dipendenti, facendo schizzare la disoccupazione al 25% negli Stati Uniti (leggetevi Furore di Steinbeck, per capire). Il crollo azionario smaschera la fragilità di un sistema economico drogato da quel debito erogato a puro titolo speculativo senza nessun fondamentale a garanzia, privo cioè di qual si voglia regola di trasparenza finanziaria. Quella che in altre condizioni avrebbe potuto essere una fisiologica correzione di borsa, si trasforma dunque nella Grande Depressione, un decennio di miseria che si propagherà in tutta Europa e nel resto del mondo come una pestilenza, foriera di tensioni internazionali che sfoceranno nella II Guerra Mondiale. Per arginare il disastro ed evitarne di venturi, gli Stati Uniti introdurranno riforme strutturali severe, come il Glass-Steagall Act, capace di separare le banche commerciali da quelle d’investimento, dimostrando che i mercati lasciati completamente a se stessi possono generare crisi sistemiche in grado di minacciare la stabilità delle democrazie. Quando non addirittura veri e propri “mostri”. Quindi possiamo parlare di lezione compresa e pagina chiusa per l’eternità? Ni, perché nonostante tutto fu per opera dell’amministrazione Clinton che – magia – vennero creati parecchi atti volti a rivitalizzare la deregulation finanziaria…

…Ma questa è un’altra storia!

Per ora, un solo invito a meditare seriamente su quel che la grande crisi del ’29 ci ha lasciato e perché. Ne vale davvero la pena…

Andrea Aromatico