Il concetto moderno di denaro, come più volte abbiamo ricordato in vari articoli, è astratto. Quando guardiamo il saldo del nostro conto corrente o utilizziamo una banconota, facciamo affidamento su un sistema di moneta “fiat” (o fiduciaria). Questa moneta non ha un valore intrinseco in sé (non si mangia, non scalda, da sola non fa girare alcun motore, né è immediatamente convertibile in nessun altro bene pratico); il suo valore esiste unicamente perché una banca centrale ne garantisce la validità e i cittadini ripongono fiducia in quell’istituzione. Tuttavia, per gran parte del XIX e del XX secolo, il mondo economico ha funzionato in modo diametralmente opposto, quello del cosiddetto regime del Gold Standard (o sistema aureo), dove ogni singola banconota in circolazione rappresentava una promessa scritta: il diritto di presentarsi allo sportello di una banca e scambiare quel pezzo di carta con una quantità fissa e prestabilita di oro fisico.
L’introduzione del Gold Standard da parte delle prime banche centrali ha rappresentato uno dei più grandiosi esperimenti di ingegneria finanziaria della storia dell’umanità. Questo sistema ha gettato le basi per la prima vera ondata di globalizzazione economica, garantendo una stabilità dei prezzi senza precedenti, ma ha anche mostrato rigidità strutturali tali da condannarlo al collasso di fronte alle grandi crisi del Novecento. Vediamo tutti i come ed i perché…
Le origini: dal caos del bi-metallismo all’Egemone Britannico
Prima dell’adozione generalizzata del Gold Standard, le nazioni si affidavano prevalentemente a sistemi di bi-metallismo, nei quali sia l’oro che l’argento venivano utilizzati contemporaneamente come base monetaria. Questo sistema creava continue oscillazioni e speculazioni: se il valore di mercato dell’argento scendeva rispetto a quello dell’oro, i cittadini tendevano a pagare i propri debiti con la valuta d’argento debole e a tesaurizzare l’oro (un fenomeno economico noto come Legge di Gresham: “la moneta cattiva scaccia quella buona”). Valeva “quasi” il viceversa.
La svolta verso il monometallismo aureo avvenne in modo quasi accidentale nel Regno Unito nel 1717, allor quando il celebre scienziato Sir Isaac Newton – al tempo Maestro della Zecca Reale Britannica – commise un errore nel calcolare il rapporto di conversione ufficiale tra oro e argento, sovrastimando l’oro. Con l’immediata conseguenza di far praticamente sparire l’argento dalla circolazione nel Paese. Nel 1816, all’indomani delle guerre napoleoniche, la Gran Bretagna formalizzò questa situazione con il Consolidated Mint Act, adottando ufficialmente l’oro come unico standard monetario e introducendo la moneta d’oro nota come “sovrana”.
Durante il XIX secolo, la Gran Bretagna sulla scia del suo dominio sui mari era la vera ed unica superpotenza economica, industriale e coloniale del pianeta. Con Londra in grado di presentarsi quale assoluto cuore finanziario del mondo e la Banca d’Inghilterra la banca centrale più influente.
Fu quindi per poter commerciare agevolmente con l’Impero Britannico, che le altre grandi nazioni industriali “decisero progressivamente” di allinearsi:
- L’Impero Tedesco adottò il Gold Standard nel 1871, utilizzando le riparazioni di guerra in oro pagate dalla Francia dopo la guerra franco-prussiana.
- Gli Stati Uniti lo adottarono di fatto nel 1873 (con il Coinage Act) e formalmente nel 1900 con il Gold Standard Act.
E fu così che entro la fine del XIX secolo, tutte le principali potenze mondiali (Francia, Italia, Giappone, Russia) divennero parte di un unico, immenso blocco monetario ancorato all’oro, che in un periodo tra il 1870 e il 1914 diede vita al cosiddetto Gold Standard Classico.
Come funzionava il meccanismo: le tre regole… d’oro
Il funzionamento del Gold Standard era regolato da princìpi rigidi e matematici, condivisi ovviamente a livello ecumenico. Per far parte del sistema, insomma, ogni banca centrale doveva sottostare a tre regole fondamentali:
- Fissazione della parità aurea: con ogni Stato che doveva stabilire per legge che la propria unità monetaria corrispondeva a un peso esatto di oro puro. Ad esempio, per molti anni, un’oncia d’oro valeva esattamente 20,67 dollari negli Stati Uniti e 4,24 sterline nel Regno Unito. Di conseguenza, il tasso di cambio tra dollaro e sterlina era fisso e immutabile (circa 4,86 dollari per una sterlina), poiché determinato esclusivamente dal rapporto tra i loro pesi in oro.
- Piena convertibilità: chiunque possedesse una banconota cartacea (di qualsiasi Nazione collegata al sistema, cioè tutte) aveva il diritto legale di recarsi presso la banca centrale e chiederne la conversione in monete d’oro o lingotti. Con la carta moneta che così non era altro che un “certificato di deposito” più “leggero e comodo” da trasportare rispetto al mero metallo.
- Libera importazione ed esportazione: stiamo parlando del fatto che non doveva esistere alcun vincolo o tassa sul movimento dell’oro attraverso i confini nazionali ed extranazionali, affinché gli stessi Stati e al pari i privati e i mercanti fossero liberi di spedire oro da un paese all’altro per regolare i propri conti commerciali senza problemi.
Per garantire ad ogni livello la convertibilità, le banche centrali erano obbligate a mantenere nei propri forzieri una riserva di oro fisico assolutamente proporzionata alla quantità di banconote stampate e quindi poste in circolazione. Se una banca centrale voleva immettere più cartamoneta nell’economia per stimolare la crescita perciò, aveva una sola opzione: doveva PRIMA acquistare o estrarre nuovo oro da mettere nei propri caveau. Fine delle opzioni.
Il bilanciamento automatico: la teoria di David Hume
Il più grande vantaggio teorico (e a dire il vero per lungo tempo, anche pratico) del Gold Standard fu nella sua capacità di autoregolarsi senza la necessità di interventi politici o accordi internazionali complessi. Alla base di tutto, un meccanismo automatico che venne teorizzato e quindi posto in essere dal filosofo ed economista David Hume con il nome di meccanismo flusso-prezzo (Price-Specie Flow Mechanism).
Funzionava così: immaginiamo che il Regno Unito comprasse dalla Francia più merci di quante ne vendesse (deficit commerciale). Per pagare il surplus di merci francesi, i mercanti britannici dovevano spedire oro fisico in Francia. Cosa succedeva a quel punto nei due paesi?
- Nel Regno Unito (che perdeva oro): la Banca d’Inghilterra, vedendo diminuire le proprie riserve auree, era costretta a ritirare banconote dalla circolazione. La minore quantità di denaro in circolazione provocava una diminuzione dei prezzi interni (deflazione). Le merci britanniche diventavano così più economiche e competitive per gli stranieri.
- In Francia (che riceveva oro): la banca centrale francese aumentava la stampa di banconote sulla base del nuovo oro ricevuto. L’abbondanza di denaro provocava un aumento dei prezzi interni (inflazione). Le merci francesi diventavano improvvisamente costose.
A causa di questo sbilanciamento dei prezzi, i consumatori francesi iniziavano a comprare i prodotti britannici (diventati convenienti) e i britannici smettevano di comprare quelli francesi (diventati costosi). Il flusso dell’oro si invertiva, tornando verso Londra e riportando la bilancia commerciale in perfetto pareggio.
In parole povere siamo dinnanzi a un sistema che si correggeva da solo, come una specie di termostato automatico aureo-monetario globale.
Il ruolo delle Banche Centrali: i custodi dell’ortodossia
Va subito detto che le prime banche centrali, non avevano assolutamente gli stessi obiettivi di quelle odierne (come il controllo della disoccupazione o lo stimolo della crescita economica). Il loro unico e specifico compito era difendere la parità aurea della propria moneta di riferimento, e per farlo, utilizzavano lo strumento del tasso di sconto (il tasso di interesse a cui prestavano denaro alle altre banche). In estrema sintesi funzionava così: quando una banca centrale notava che l’oro stava lasciando il paese, alzava immediatamente il tasso di interesse. Questa mossa otteneva due effetti immediati: da un lato frenava il credito interno e raffreddava l’economia, dall’altro attirava capitali finanziari dall’estero, desiderosi di sfruttare gli alti rendimenti e dunque pronti a portare nuovo oro nel paese che bilanciava quello in uscita.
Questo rigore richiedeva un enorme sacrificio sociale. Se l’economia domestica entrava in crisi o la disoccupazione saliva, la banca centrale non poteva stampare moneta per aiutare le imprese o i cittadini, perché era vincolata dall’oro presente nei forzieri. La stabilità della moneta veniva sempre prima del benessere della popolazione.
La fine di un’epoca: dalla Prima Guerra Mondiale a Bretton Woods
Il Gold Standard Classico funzionò magnificamente fino al 1914, garantendo un’era di stabilità dei prezzi, inflazione quasi a zero e un’espansione senza precedenti del commercio mondiale. Ma era un sistema che poteva reggere solo in tempo di pace e di stabilità politica.
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale infatti, il castello di carte crollò. Il perché, è facile da comprendere: per finanziare le immense spese militari, i governi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania) avevano bisogno di somme astronomiche, ben superiori all’oro custodito nei loro caveau. E fu così che nel giro di poche settimane, tutti gli Stati sospesero la convertibilità in oro e iniziarono a stampare moneta fiat in quantità illimitata per comprare armi e pagare i soldati. Fu l’inizio di una catastrofica ondata inflazionistica che culminò nell’iperinflazione della Repubblica di Weimar nel 1923 (ne parleremo in specifico articolo).
Certo, di lì in poi alcuni tentativi vennero posti in essere per cercare di ripristinare il sistema (sì, proprio quello nella forma di Gold Exchange Standard, dato che molte banche centrali detenevano come riserva non solo oro, ma anche valute forti convertibili in oro come sterline e dollari), ma si trattò di “pannicelli caldi” contro una vera e propria “pestilenza” dato che a causa della guerra, tutte le economie erano divenute ormai troppo fragili e squilibrate. Quando poi nel 1929 scoppiò la Grande Depressione, la rigidità del Gold Standard si rivelò fatale. Le banche centrali, per proteggere le proprie riserve d’oro, mantennero alti i tassi di interesse, soffocando le imprese già in crisi e impedendo il finanziamento di piani di aiuto pubblico.
E fu così che uno dopo l’altro, i paesi si trovarono ancora costretti ad abbandonare l’oro per poter svalutare la propria moneta e stampare il denaro necessario a salvare le proprie economie: la Gran Bretagna nel 1931, gli Stati Uniti nel 1933.
Il capitolo finale del sistema aureo si consumò nel secondo dopoguerra con gli accordi di Bretton Woods (1944). In questo nuovo assetto, solo il dollaro statunitense era direttamente convertibile in oro (a 35 dollari l’oncia), mentre tutte le altre valute mondiali si trovarono in diversa misura agganciate al dollaro. Questo sistema ibrido durò fino al 15 agosto 1971, quando il presidente americano Richard Nixon, schiacciato dai costi della guerra del Vietnam e dalla richiesta di oro da parte delle nazioni estere, annunciò la sospensione definitiva della convertibilità del dollaro. Fu la fine ufficiale dell’era del Gold Standard e l’inizio del mondo della moneta interamente fiduciaria in cui viviamo oggi.
Conclusione: la fine del sistema aureo, e il “mostro”…
Il Gold Standard è stato il motore immobile della finanza ottocentesca. Ha dimostrato che un’ancora fisica può proteggere l’economia dall’inflazione e favorire l’integrazione internazionale. Tuttavia, la sua storia insegna anche come da un lato l’economia umana è troppo dinamica e complessa per essere limitata dalla quantità di un metallo giallo estratto dalle miniere; e dall’altro che sempre in agguato c’è un fattore (e sempre quello) in grado, da solo, di scompaginare ogni cosa comportandosi come una sorta di mostro divoratore e creatore di caos nei confronti di ogni opera e costrutto umano: il suo nome, è guerra.
Andrea Aromatico

