PIL, quante volte avete sentito nominare l’acronimo fra TV, bar e discussioni varie, tanto da credere sia “storia antica”? E invece, per quanto possa sembrare strano, l’espressione nella sua più stretta accezione tecnica è cosa nuova, recentissima, che trae origine non da tanto fenomeni di crescita e benessere, quanto da una immane tragedia, e dall’uomo che venne chiamato a risolverla…

Volare alla cieca dentro la tempesta

Washington, 1932. Gli Stati Uniti dopo il famigerato Wall Street Crash del ’29 sono nel pieno della Grande Depressione (vedi nostro articolo dedicato): quella che senza mezzi termini deve essere definita quale la più devastante, esiziale crisi economica della storia moderna. Quel che causa, è noto. Le fabbriche chiudono a catena, le banche svaniscono nel nulla e milioni di americani si trovano improvvisamente nomadi spauriti in fila per un piatto di minestra pur che sia. Eppure, nelle stanze del Congresso e della Casa Bianca, il presidente Herbert Hoover e i suoi ministri si scontrano e discutono “girando a vuoto” nell’incertezza più totale. Li attanaglia un problema che oggi pare assurdo: non sanno quanto sia profonda la crisi. Non lo possono sapere. All’epoca, infatti, non esiste alcun dato statistico nazionale. Per capire quindi se l’economia stia migliorando o peggiorando, cosa fare e cosa non fare, dove e come intervenire i politici devono affidarsi a indicatori parziali quanto bizzarri, come il numero di vagoni ferroviari carichi di carbone che sono transitati nella stazione X o i resoconti aneddotici di qualche grande industriale che “se la canta e se la suona” a suo esclusivissimo vantaggio. In parole povere: il governo americano sta cercando di salvare una nazione che affonda nella crisi guidando completamente al buio nella tempesta, privo di una mappa o di una bussola capaci di misurare il disastro in termini di ampiezza e profondità reali. Tutto, col serio rischio poi di tirarsi appresso giù nel baratro il mondo intero.

Le ossessioni di giovane statistico

Ed è qui che (come spesso accade) compare una sorta di “uomo della provvidenza”. No, non è un santo e neppure un guru, quanto piuttosto “solo” un grande matematico appassionato di calcolo e statistica. Si chiama Simon Kuznets, giovane economista e statistico di origine russa formato presso la Columbia University, della quale è diventato apprezzatissimo docente. Ed è a lui che, per uscire da quella cecità informativa che lo attanaglia, nel 1932 il Senato degli Stati Uniti affiderà un vero e proprio mandato d’emergenza. Il compito, è semplice quanto titanico: quantificare l’esatta ricchezza prodotta dalla nazione nella maniera più precisa possibile. La fama del giovane, fa ben sperare che la cosa sia “fattibile” e lui riesca a dare quella “mano” necessaria per dirigere il timone nella giusta direzione. Kuznets raccoglie la sfida, e si barrica così in un ufficio governativo insieme a un ristretto team di ricercatori, scontrandosi da subito con una totale assenza di metodologie standardizzate. Non esistono infatti database digitali o moduli unificati; lo statistico deve inventarsi letteralmente da zero un modello concettuale capace di aggregare dati frammentati e disomogenei provenienti da migliaia di fonti disparate. Kuznets passa i mesi invernali sommerso da montagne di dichiarazioni fiscali parziali, bilanci industriali polverosi e vaghe stime dei consumi delle aree urbane e rurali. Lo scontro non è solo tecnico-logistico, ma teorico: deve decidere cosa includere nel calcolo della ricchezza nazionale e cosa escludere (i famosi indicatori o “voci del paniere”), definendo per la prima volta in assoluto nella storia i confini matematici di un’economia moderna sotto la pressione di un governo che esige risposte immediate per evitare un ormai imminente collasso economico, politico e sociale.

Il Verdetto in un numero

È il gennaio del 1934 (un anno e mezzo dopo l’inizio del suo incarico) quando Simon Kuznets varca finalmente la soglia dell’aula del Senato per presentare il suo rapporto, intitolato “National Income, 1929-1932”. L’atmosfera è carica di tensione. Quando lo statistico inizia a leggere i suoi dati aggregati, nell’aula cala un silenzio di tomba. Per la prima volta, la tragedia sociale americana viene tradotta in una cifra matematica spietata e inconfutabile: in soli tre anni di crisi, il reddito nazionale degli Stati Uniti si è letteralmente dimezzato, crollando da 89 a 49 miliardi di dollari. Non si tratta più di sensazioni, stime vaghe o resoconti giornalistici; Kuznets ha dato una forma misurabile al mostro della Depressione. Una belva feroce capace di divorarsi una fetta immane di quello che un tempo era il sogno americano. Reso pubblico, quel documento scientifico si trasforma istantaneamente in un bestseller politico che va esaurito in pochi giorni. Il neo-eletto presidente Franklin Delano Roosevelt utilizzerà proprio quei dati per giustificare gli investimenti miliardari dello Stato e le riforme radicali del New Deal, cambiando per sempre il rapporto tra stato-governo, e i mercati.

L’importanza del PIL, e i suoi limiti intrenseci

Grazie al lavoro di Kuznets nasce ufficialmente quella che da decenni ormai va sotto il nome di macroeconomia quantitativa. Il suo indice, perfezionato negli anni successivi, prenderà il nome di Prodotto Interno Lordo (PIL) e diventerà la metrica universale utilizzata dai governi per pianificare la produzione bellica durante la Seconda Guerra Mondiale e per guidare il boom economico del dopoguerra. Tuttavia, lo stesso Kuznets include nel suo rapporto originale un monito severo che risuona ancora oggi: “occhio, gente”, il PIL è un indicatore di attività commerciale e produttiva, non una misura oggettiva del benessere sociale o dello sviluppo umano di una nazione.

A dire: serve, per quel che serve. Ma ha una serie di punti oscuri, senza poi dire che, per sua stessa natura, porta a escludere dall’analisi intere zone della sfera umana che non è affatto in grado di comprendere e coprire. Attenzione dunque, cari politici, a farci troppo affidamento.

Ora, nonostante tutti i moniti e gli avvertimenti del suo inventore, la politica globale invece trasformerà la crescita del PIL in un dogma quasi religioso, compiendo così non pochi errori di valutazione e poi strategici.

La nostra breve storia della nascita di questo indice perciò, se da un lato ci ricorda l’importanza cruciale della misurazione scientifica in economia, dall’altro evidenzia anche il rischio sistemico di confondere la ricchezza puramente monetaria di un Paese con la qualità della vita dei suoi cittadini. Valutabile questa, solo da quell’altro indice, sconosciuto ai più, che chi scrive ama definire BIN: Benessere Interno Netto.

Giusto un altro, gustosissimo argomento di cui parlare in un nuovo intervento…

Andrea Aromatico