“Keynesiano”. Siate sinceri, quante volte avete sentito quest’aggettivo coniugato alla parola economia e a particolari visioni politico/finanziarie?

Ma cosa significa, davvero? E chi fu (sul serio) John Maynard Keynes? Quale la reale profondità del suo contributo nella ri-concezione della macroeconomia moderna? Scopriamolo insieme…

Dalle Aule di Cambridge al Cuore della Crisi

Nato a Cambridge nel 1883, John Maynard Keynes deve essere definito come una delle figure intellettuali in assoluto più poliedriche e influenti del XX secolo. Figlio d’arte (il padre era il noto economista “classico” John Neville Keynes), si formò inizialmente come matematico di stampo prettamente teorico. Successivamente, si dedicò all’economia sotto la guida di maestri come Alfred Marshall. Oltre a esser poi divenuto un accademico di fama mondiale, Keynes fu un uomo di cultura e d’azione: membro del Ministero del Tesoro britannico, abile investitore finanziario e figura di spicco dell’innovativo Bloomsbury Group, è a lui che si deve anche la scoperta e divulgazione delle carte segrete di Newton (che acquistò ad un’asta, per poi studiarle con dedizione per anni ed anni). Ed è ancora a lui – uomo dalle infinite capacità multi disciplinari – che si deve la scoperta della vera natura delle ricerche di Newton, tutte di stampo fortemente mistico/esoterico (a latere della scienza) con una passione mai celata per astrologia ed alchimia soprattutto.

Già, l’alchimia e l’ “arte di fabbricare l’oro”: quasi una “branca” della finanza speculativa più aggressiva e fantasiosa. Ma Keynes fu tutto meno che una povera mente ammalata d’occultismo, anzi.

Furono infatti i suoi interessi pur umanistici a spingerlo in determinate direzioni. Come fu il suo purissimo umanesimo a spingerlo a concepire nuove, quanto al tempo eretiche teorie economiche, capaci tuttavia di rilanciare investimenti e benessere a livello planetario, portando il mondo intero fuori dalla crisi più spaventosa che mai si sia veduta, consentendo così a fette immani di popolazione di uscire dalla povertà e concedersi vite dignitose.

Ma dobbiamo fare un passo indietro per iniziare a capire, arrivando così a quel momento cardine della sua carriera quando il suo pensiero subì una svolta radicale in seguito a ben noti eventi storici che sconvolsero l’Europa: la fine della Prima Guerra Mondiale, e le (stupide) decisioni prese da Francia ed Inghilterra durante la Conferenza di Pace di Versailles.

Fu lì che prese vita la sua visione pan-olistico-economico-umanista in chiara opposizione alle dure condizioni imposte alla Germania (è tutto nero su bianco nel celebre saggio del 1919 Le conseguenze economiche della pace, nel quale profeta inascoltato preludeva al caos che il rigorismo franco/britannico avrebbe poi creato con la nascita del Nazismo e tutto quello che ne seguì); e sarà quindi un decennio dopo che il tutto poté svilupparsi in una teoria integrata tramite l’osservazione diretta della Grande Depressione post 1929, quando Keynes comprese prima e meglio di chiunque altro che il capitalismo classico aveva bisogno di una profonda revisione per salvarsi. Soprattutto da… sé stesso.

La rottura con l’ortodossia: la teoria generale

Prima dell’avvento del pensiero keynesiano, la teoria economica dominante (quella neoclassica, di cui diremo altrove) si basava sul concetto “zero interventista” del laissez-faire, col mercato concepito quale entità organico/senziente in grado di risanar sé stessa a prescindere. Pensavate quindi che quello del “dio-mercato” fosse un mito anni ’80/’90 relativo all’ultimo secolo dell’altro millennio? Vi sbagliavate. La storia è vecchia – anzi, quasi antica – e affonda le sue radici in una sorta di mitologia il cui cuore teorico recitava come i mercati, lasciati a se stessi, fossero in grado di autoregolarsi e di raggiungere naturalmente un equilibrio di piena occupazione e relativa diffusione del benessere. La disoccupazione, secondo questa visione, era solo un fenomeno temporaneo dovuto a salari troppo rigidi (e “alti”) o a interferenze esterne.

La Grande Depressione derivata dal drammatico crollo di Wall Street, mise violentemente in discussione questa certezza: milioni di persone rimasero senza lavoro per anni ed anni, dimostrando che il mercato non tendeva automaticamente al pieno impiego, anzi. Restando al contrario un’entità puramente astratta quanto debole, che in caso di crisi sistemiche si ritrovava incapace di ogni azione poiché preda d’innumerevoli fattori privati e perciò emotivi.

Nel 1936, Keynes pubblicò quindi il suo capolavoro, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, un volume che di fatto fondò la macroeconomia moderna.

Al centro del suo nuovo paradigma c’era l’idea che il livello dell’occupazione non fosse determinato dai prezzi o dai salari, ma dal livello della domanda globale (o aggregata) all’interno del sistema economico. E che la crescita e il calo di tale domanda, non fossero influenzabili dal solo mercato. Ma da una serie di fattori altri, al primo posto dei quali poteva e doveva essere l’interesse pubblico nella sua stessa incarnazione post moderna: lo Stato.

I pilastri del pensiero keynesiano

Per comprendere l’importanza di Keynes, è necessario esplorare tre concetti chiave introdotti o formalizzati nella sua opera:

La legge della domanda effettiva: Keynes sosteneva che le decisioni di investimento degli imprenditori sono guidate da aspettative sul futuro e da quelli che definiva animal spirits, ovvero slanci vitali e ottimistici di tipo quasi istintivo nell’essere umano-imprenditore in quanto tale. Se le aspettative sono negative, gli investimenti crollano. Quando ciò accade, i consumatori riducono le spese, innescando una spirale recessiva nella quale i due elementi psico/economici negativi, si alimentano a vicenda (capite perché ho parlato di umanesimo?).

La preferenza per la liquidità: In tempi di incertezza, le persone e le imprese preferiscono detenere moneta liquida piuttosto che investirla o spenderla. Questo accumulo rallenta la circolazione del denaro e deprime l’economia.

Il moltiplicatore keynesiano: Keynes dimostrò matematicamente che ogni variazione nella spesa (in particolare quella pubblica, soprattutto quella pubblica virtuosa) genera un aumento del reddito nazionale superiore all’importo iniziale speso. Sempre. Dato che quando lo Stato finanzia infrastrutture o servizi, crea nuovi posti di lavoro; i lavoratori neo-assunti iniziano a loro volta a spendere il proprio salario, alimentando un ciclo virtuoso che fa crescere l’intera economia espandendo anche la base fiscale potenziale (più gente lavora e guadagna e spende e genera lavoro, più aumenta il gettito fiscale potenziale).

Win-win.

Il Ruolo dello Stato nell’Economia

La conclusione più dirompente delle teorie di Keynes, fu quindi quella di una necessità di intervento attivo da parte dello Stato come regola/ricetta per il sostegno strutturale dell’economia reale. Fino ad allora, infatti, per le vigenti teorie economiche il bilancio dello Stato doveva essere tassativamente in pareggio in ogni circostanza. Keynes ribaltò questa logica, sostenendo che lo Stato doveva agire come stabilizzatore dell’economia.

Come e quando è presto detto…

Nelle fasi di recessione e di alta disoccupazione, lo Stato deve aumentare la spesa pubblica — anche ricorrendo al deficit di bilancio — per compensare la mancanza di investimenti privati e sostenere la domanda.

Al contrario, nelle fasi di crescita economica e di rischio inflazione, lo Stato dovrebbe aumentare le tasse e ridurre la spesa pubblica per “raffreddare” l’economia.

Giusto o no, questa intuizione ha dato vita alle politiche economiche del dopoguerra — i cosiddetti “trenta anni gloriosi” del capitalismo — che per parte loro -assieme ad altri fattori – hanno garantito stabilità e crescita incomparabili.

L’Architettura Finanziaria Internazionale

L’importanza di Keynes non si limita alla teoria economica. Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, egli fu anche il protagonista assoluto — insieme all’economista statunitense Harry Dexter White — della Conferenza di Bretton Woods del 1944 (tranquilli, ne parleremo amplissimamente in un altro articolo ad hoc).

In quell’occasione epocale, Keynes contribuì a ridisegnare l’intero sistema monetario internazionale, ponendo le basi per la creazione di istituzioni fondamentali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale. Il suo obiettivo era creare un sistema che evitasse le disastrose svalutazioni competitive e le crisi valutarie che avevano impoverito l’Europa tra le due guerre mondiali.

Morì prematuramente nel 1946, ma non le sue idee, che continuarono a dominare la politica economica fino agli anni ’70, allorquando l’insorgere della “stagflazione” (coesione di inflazione e stagnazione) portò all’ascesa di nuove correnti monetariste a partire dal famigerato “petroldollaro” (toh, giusto un altro argomento da analizzare nel profondo).

Combattuto da più parti (e a volte non senza ragione), il pensiero keynesiano non ha mai perso la sua rilevanza e le relative applicazioni in almeno due versanti.

Da un lato basti pensare a quanto accaduto più di recente durante la crisi finanziaria globale del 2008, o alle recessioni innescate a pioggia dalla cosiddetta pandemia, quando i governi di tutto il mondo sono tornati ad applicare massicciamente le ricette di Keynes dimostrando che, nei momenti di grave crisi, l’intervento dello Stato è ancora percepito come l’unico argine efficace contro il collasso economico.

Dall’altro al numero di Stati e governi che anziché su ricette neo liberiste, basano le loro economie s’un mix d’impresa e intervento statale, non solo in dimensione di pianificazione, ma di reale, concreto intervento economico-finanziario (Cina fra i tanti).

A chi, durante le sue lezioni, criticava i suoi modelli perché non offrivano soluzioni teoricamente valide nel lunghissimo periodo, Keynes era solito rispondere con una delle sue frasi più celebri: “nel lungo periodo, siamo tutti morti”. Con questa battuta, l’economista-umanista britannico intendeva sottolineare l’urgenza di intervenire per risolvere i problemi reali e immediati delle persone, lasciando al futuro le sue conseguenze, spesso imponderabili.

Tali non solo per astrologi e alchimisti, ma anche scienziati di materie economiche e finanziarie: figurarsi poi per i… politici!

Andrea Aromatico