Se la scuola classica dell’economia fu il frutto dell’Illuminismo, la rivoluzione marxista va a tutti gli effetti considerata come il Terremoto Romantico in grado di ribaltare tutto, mentre si gettavano in ogni caso le basi per ogni futuro dibattito in materia. Karl Marx infatti non ha solo rifiutato l’idea di armonia naturale dei mercati di Adam Smith e David Ricardo. Ha svelato lo sfruttamento nascosto dietro il salario, la tendenza del saggio di profitto a collassare, e dunque le contraddizioni e le crisi inevitabili del capitalismo.
Le basi della scuola classica: ordine, lavoro e armonia
La scuola economica definita classica (come enunciato in altro articolo) è la prima, vera forma di pensiero organizzato attorno all’idea stessa di economia come macro-scienza. Prese vita tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento – in un’epoca dominata a livello culturale da scientismo enciclopedico e Illuminismo – per opera di figure quali Adam Smith, Say, David Ricardo e Thomas Malthus, cercando di comprendere quelle leggi che regolavano la nascita della ricchezza delle nazioni al culmine della cosiddetta rivoluzione industriale.
Punti cardinali ne erano:
- La mano invisibile: Smith sosteneva che il mercato, lasciato libero, si autoregolasse grazie agli interessi individuali che, per una “mano invisibile”, portavano al benessere collettivo.
- La teoria del valore-lavoro: Ricardo e Smith intuirono che il valore di un bene dipendeva, in ultima analisi, dal lavoro necessario a produrlo.
- L’ottimismo dei mercati: la legge di Say dominava il pensiero classico. Questa legge stabiliva che l’offerta crea la propria domanda, escludendo la possibilità di crisi di sovrapproduzione generale e duratura (certo, come no…).
- Visione armonica: per i classici, le classi sociali (proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori) potevano “forse” avere interessi in conflitto a breve termine, ma il sistema economico tendeva a un equilibrio naturale e progressivo, capace di rimettere ogni cosa (e persona) al proprio posto (e gli ascensori sociali?).
Insomma, i classici – con buona dose di paternalismo borghese autoreferenziale – vedevano il capitalismo come l’ordine naturale ed eterno della società umana.
Per loro, le categorie economiche come il capitale, il salario e la rendita erano dati fissi, essenzialmente per lo più immutabili, connaturati alla natura stessa dell’uomo e della produzione. Che andavano “accettati” così come erano (sembravano)…
La critica di Marx: l’economia come terreno di scontro dei rapporti sociali
Karl Marx, dopo anni di studi e analisi spietate, arrivò a smontare questa visione statica e fondamentalmente antistorica arroccata in una sorta di fanciullesco, primitivo ottimismo: e fu una bomba.
Nel suo studio monumentale culminato ne Il Capitale infatti, non si limitò a presentare una più o meno velata critica al modello in essere, ma ridefinì l’oggetto stesso dell’economia in quanto tale, trasformando l’economia stessa in dottrina politica.
Anzi, in arma al servizio della politica e viceversa.
Basti considerare come per Marx compito della scienza economica non era più studiare le cose o i rapporti tra beni, quanto piuttosto i rapporti sociali che le persone instauravano tra loro per produrre (e provare a condurre) la propria esistenza, al fine di modificarli tramite l’azione.
Non un diverso punto di vista, dunque. Ma un radicale cambio di paradigma in grado di travolgere ogni cosa su cui ebbe modo di puntare la sua visione romantico-utopistica.
Questi i capisaldi:
- Carattere storico: il capitalismo non è eterno. È solo una fase specifica della storia umana, nata da precise trasformazioni e destinata in un futuro “sol dell’avvenir” a essere superata.
- La scienza borghese: Marx accusava gli economisti classici di fare “apologetica”. Cioè di essere essi stessi non tanto studiosi e scienziati della nuova macro-scienza detta economia, quanto piuttosto apologeti, propagandisti del “pensiero unico capitalista”. Loro principale errore (e tradimento) quindi, quello di descrivere erroneamente le leggi del capitale come leggi fisiche universali e immutabili, nascondendo per soprammercato il conflitto insanabile tra le classi di cui il capitalismo stesso – nella sua visione – era il vero motore immobile.
- Il feticismo delle merci: nella visione di mercato del capitalismo come descritto nella scuola classica in maniera iper razionalista quanto algida, i rapporti umani apparivano come semplici rapporti tra cose (le merci e il denaro). Marx con “furioso sdegno Romantico” arriva a squarciare questo velo per mostrare lo sfruttamento reale e l’universo di disparità che si cela dietro la facciata dello scambio falsamente libero e uguale.
Il cuore della sua rivoluzione: il plusvalore e lo sfruttamento
La differenza più profonda tra i classici e Marx risiede dunque nella (vera, a favore di Marx) spiegazione del profitto.
Or bene, i cosiddetti classici sapevano che il profitto esisteva, ma faticavano a spiegarne l’origine esatta in un mercato basato sullo scambio equivalente (merce venduta al suo valore). Marx arrivò brillantemente a risolvere il problema introducendo la distinzione tra forza lavoro e lavoro.
Ecco schematizzata la portata epocale delle sue scoperte:
- La merce forza lavoro: in realtà il lavoratore non vende il proprio lavoro, ma la sua capacità di lavorare (la forza lavoro) per un determinato tempo. Questa forza lavoro viene pagata al suo valore di scambio, ovvero quanto serve per riprodurla (il salario di sussistenza).
- Il pluslavoro: durante la giornata lavorativa, il salariato produce un valore superiore a quello del suo salario in un tempo minore (tempo di lavoro necessario). Il resto della giornata lavorativa cui il lavoratore è in ogni caso impegnato per contratto costituisce il pluslavoro.
- La genesi del plusvalore: è qui, ci dice Marx, che entra in campo la “discrasia del capitalista”, quando si appropria gratuitamente di questo pluslavoro sotto forma di plusvalore, da cui nasce il profitto. Quello vero.
- Lo sfruttamento scientifico: a differenza del furto palese o della schiavitù, conclude Marx, lo sfruttamento capitalistico appare equo perché il contratto di lavoro è formalmente libero e di natura legale. Marx dimostra invece come la simmetria giuridica nasconda un’asimmetria economica fondamentale generatrice di ogni tipo d’ingiustizia.
Mentre Ricardo vedeva quindi la distribuzione del reddito come un problema tecnico di spartizione della torta tra rendita, salario e profitto, Marx la trasforma in una radiografia del potere e del dominio di classe. Di qui l’immane portata politica della sua rivoluzionaria teoria economica, che investirà praticamente ogni territorio sino ad allora occupato dalle visioni della scuola classica.
Dinamica e contraddizioni: la caduta tendenziale del saggio di profitto
E infatti, anche laddove la scuola classica temeva la “stagnazione” economica a causa della mera scarsità di terra fertile (tesi peregrina di Ricardo e Malthus), Marx arriva e rovescia questa prospettiva, individuando le cause delle crisi non nella natura esterna/territoriale del Paese X o Y, ma nelle contraddizioni interne del capitalismo stesso, da lui concepito (sbagliando) come fonte di ogni male e suapte natura causa della propria, futura dissoluzione (mai avvenuta).
Marx era infatti convinto che…
- Composizione organica del capitale: per battere la concorrenza, il capitalista tende ad investire di più in macchinari e tecnologia (capitale costante) rispetto al lavoro umano vivo (capitale variabile).
- La fonte del valore: poiché solo il lavoro vivo crea nuovo plusvalore, l’aumento della tecnologia a scapito del lavoro riduce, in proporzione al capitale totale investito, la base da cui si estrae il profitto.
- La legge della caduta tendenziale: il saggio di profitto tende storicamente a diminuire. Questa non è una debolezza temporanea, ma la legge di movimento più importante del capitalismo.
- Le controtendenze: il capitale cerca di frenare questa caduta aumentando lo sfruttamento, abbassando i salari sotto il valore o espandendosi nei mercati esteri (imperialismo), col risultato di essere esso stesso causa e carburante della crisi che ha generato, che a quel punto si ripresenta ingrandita.
Le crisi di sovrapproduzione contro l’equilibrio classico
Ed è proprio qui che si ha la rottura definitiva con la scuola classica: in quello che riguarda la teoria delle crisi. I classici, ubriachi di “pensiero positivista” quale figlio scemo dell’Illuminismo, negavano la possibilità stessa di crisi generali del capitalismo. E che sarà mai, si dicevano, se un settore produceva troppo, i prezzi calavano e la produzione si spostava altrove in un perfetto riequilibrio automatico?
Per Marx questa non era (giustamente) solo un errore teorico, quanto un dogma da abbattere come si deve fare con un culto dedito al demone dell’idiozia più disumana!
Questi i punti salienti del suo intellettualmente preziosissimo contributo, al netto dei vari errori che pur lo fondavano:
- Anarchia del mercato: per Marx la produzione è guidata dalla ricerca del profitto e non dal soddisfacimento diretto dei bisogni sociali. Questo crea una spinta cieca a produrre sempre di più.
- Il conflitto fra produzione e consumo: poiché i capitalisti tendono a comprimere i salari dei lavoratori per aumentare il profitto, la massa dei consumatori (i lavoratori stessi) rischia sempre di arrivare al punto di non avere abbastanza potere d’acquisto per comprare le merci prodotte su larga scala.
- La sovrapproduzione: a quel punto è chiaro che si producono troppe merci rispetto a quante se ne possano vendere sul mercato con un profitto adeguato. Il denaro così si blocca, le fabbriche chiudono, la disoccupazione sale non per mancanza di bisogni, ma per “eccesso” di ricchezza prodotta in forme capitalistiche.
- Il crollo e la ristrutturazione: di qui le crisi – dice Marx – quali modo violento in cui il sistema ristabilisce temporaneamente l’equilibrio distrutto, distruggendo quote di capitale in eccesso e svalutando la forza lavoro prima di un nuovo ciclo.
O dell’“esportazione del problema” in forma di politiche bellico-imperiali…
Sintesi comparativa
I punti di svolta del pensiero marxista rispetto all’ortodossia classica emergono chiaramente quindi in questi tre “semplici” ma dirimenti snodi concettuali:
- Natura del valore: per i classici era un dato oggettivo legato al mero costo di produzione; per Marx deve essere invece considerato quale una forma sociale storica fondata sul tempo di lavoro astratto e sulla sottomissione del lavoratore.
- Origine del profitto: i classici lo consideravano la remunerazione legittima del capitale anticipato; Marx lo identifica invece come il plusvalore non pagato estorto nel processo produttivo ai lavoratori.
- Prospettiva del sistema: i classici erano per temperie culturale portati a vedere il mercato come un benevolo orizzonte eterno ed equilibrato; Marx lo vede invece come un sistema instabile attraversato da antagonismi insanabili che portano ad una sorta di sua stessa negazione, cui si aggiungono le crisi ciclico/sistemiche autogenerate.
Conclusione
La rivoluzione economica di Marx – pur con i suoi marchiani errori e le sue mille contraddizioni – ha in ogni caso trasformato l’economia da una quasi scienza gestionale autoreferenziale del neonato ordine borghese, in una critica radicale dell’intera storia umana, dal feudalismo al periodo post Rivoluzione Industriale. Laddove i classici vedevano armonia, calcolabilità e progresso lineare, Marx ha svelato il conflitto, la precarietà e la dinamica storica di un sistema che, nel momento stesso in cui sviluppa la ricchezza materiale, produce le forze sociali destinate a superarlo.
E ora, fermi tutti: questa in alcun modo è o vuol essere un’apologia del “comunismo”, quanto semplicemente quel che è: ossia il racconto in sintesi di una delle pietre miliari del grande, affascinante cammino dell’economia come macro scienza fra le mille contraddizioni e grandezze dell’animo umano.
Una disamina in sostanza, alla quale sarà nostro onore e piacere aggiungere a breve altri affascinanti capitoli…
Andrea Aromatico

