Si definisce così la specifica corrente della teoria economica fondata a Vienna nel 1871 da Carl Menger. È importantissima, dato che è proprio con essa che si viene a porre al centro della trattazione l’individuo con le sue scelte soggettive; mentre si declassano i modelli matematici a favore del ragionamento logico per quindi giungere a criticare ogni visione collettivistica a partire dagli interventi di Stato e banche centrali nelle dinamiche economiche.

Ecco un’analisi della sua storia, dei suoi principi fondamentali e della sua eredità intellettuale.

La rivoluzione marginalista

La scintilla che porterà alla nascita della Scuola Austriaca viene fatta risalire al 1871, anno in cui Carl Menger pubblicò i suoi Principi di economia politica.

Or bene, pur non riscuotendo l’effetto dirompente dell’opera di Marx, va detto anche il suo lavoro non “passò certo inosservato”: anzi, tutt’altro. All’epoca dominavano il dibattito la scuola classica e quella marxista, con opposte visioni che tuttavia basavano le loro teorie su una visione del valore dei beni incentrata sia su fattori oggettivi ed enumerabili (quali la quantità di lavoro o le risorse impiegate), il tutto con un occhio, anzi tutti e due sempre puntanti su una piena dimensione sociale.

Menger invece, per parte sua, arriva ed opera una vera e propria rivoluzione copernicana, introducendo il principio cardine di lì in poi del soggettivismo, secondo il quale il valore di un bene non è una qualità intrinseca, ma dipende dall’importanza che il singolo individuo gli attribuisce in base ai propri bisogni. Con l’introduzione del concetto di “utilità marginale”, Menger spostò così l’attenzione dell’analisi economica dalle classi sociali al singolo attore razionale: l’individuo.

In parole povere, se scuola classica e marxismo erano figlie di visioni culturali collettivistico/sociali quali l’Illuminismo e il Romanticismo, l’opera di Menger si dispiega in pieno Decadentismo, quando al centro della creazione culturale-letteraria fa la sua comparsa l’Uomo Straordinario, il Dandy, il Flāneur, con il suo punto di vista che poiché suo proprio, nella sua relatività innalzata ad assoluto si dimostra capace in ogni caso di rappresentare un mondo eccezionale ma non meno vero di quello collettivo: il mondo come rappresentazione dell’individuo che lo percepisce.

Ovvio che per queste e altre ragioni, nelle sue fasi iniziali la dottrina di Menger si scontrò con la Scuola Storica Tedesca (il cosiddetto Methodenstreit, o “battaglia dei metodi”), che privilegiava la raccolta di dati empirici rispetto alla deduzione logica (specie poi se individuale, per l’appunto). Fu questa la fase in cui Menger difese fermamente l’idea che l’economia dovesse basarsi su leggi universali dedotte dalla natura dell’azione umana. Cosa che lo portò poi a formulare tutta la sua teoresi, capace di costituirsi quale base di quello che poi avremmo chiamato pensiero liberale puro. Libertario in senso lato.

Dottrina che – come ovvio che fosse – avrebbe attratto non poche fra le più brillanti menti della sua epoca…

La seconda generazione: Böhm-Bawerk e Wieser

Come dicevamo e qui veniamo a confermare infatti, il suo pensiero non cadde nel vuoto, anzi. C’era un terreno fertile pronto a raccoglierlo: lo stesso che poi lo aveva in qualche misura generato. Un sottobosco culturale nel quale uomini dotati, cercavano di rivendicare il loro posto nel mondo oltre ogni idea di società, limiti e convenzioni. Nella maniera il più libera possibile. Era ovvio quindi che le intuizioni di Menger fossero raccolte e dunque ampliate dai suoi immediati successori.

Fra questi ricordiamo:

Eugen von Böhm-Bawerk, capace con la sua opera di fornire contributi fondamentali alla teoria del capitale e degli interessi, introducendo la dimensione del tempo nel processo produttivo. Sviluppando inoltre una potente critica al marxismo, nella quale dimostrava l’impossibilità del calcolo economico in un sistema socialista (oltre che il totale e per lui aberrante annichilimento della dimensione individuale stessa).

Friedrich von Wieser poi, che con la sua analisi introdusse il concetto di “costo-opportunità”, concentrandosi quindi sulla teoria del valore applicata ai beni pubblici. Che in sostanza (e giocando con i paradossi) potremmo definire come già una “critica a Keynes prima di Keynes”…

Ludwig Von Mises e l’azione umana

Ma è nel XX secolo che la Scuola Austriaca si struttura, entra nella sua “fase adulta” e trova il suo principale teorico ed alfiere in Ludwig von Mises.

Fu proprio lui in effetti che con la sua opera monumentale L’azione umana definì quella che poi avremmo chiamato prasseologia, ovvero la scienza che studia le decisioni e il comportamento umano nel profondo, dando vita – con piena congruenza con gli insegnamenti di Freud e Jung – a una sorta di manuale di psicologia strettamente applicato alla sfera etico-economica.

Applicandolo sul piano teoretico, Von Mises riprese il lavoro di Wieser, lo approfondì arrivando a dar vita a una delle più feroci critiche di Marx e del socialismo applicato, dimostrando che senza un sistema di prezzi di libero mercato generato dalla proprietà privata e dalle aspettative umane di miglioramento potenziale delle proprie condizioni, è impossibile calcolare razionalmente i costi e quindi allocare risorse di cui non si conoscono dimensioni e struttura in modo efficiente.

Per questo, secondo lui, qualsiasi forma di pianificazione centrale appare destinata al fallimento proprio a causa dell’assenza di alcuni fattori a suo dire determinanti: 1) un vero, libero mercato; 2) creato e sostenuto dalla “sacra idea di proprietà privata”, strettamente coniugata all’innegabile volontà dei singoli individui di migliorare il proprio status socio/economico. Quale che esso sia.

Friedrich von Hayek e la teoria del ciclo economico

Sarà tuttavia nella seconda metà dell’ultimo secolo dell’altro millennio che la scuola austriaca verrà a porsi quale uno dei cardini attorno ai quali di lì in poi ruoterà tutto il dibattito in materia di economia. A renderlo possibile, il lavoro magistrale di colui che deve essere considerato quale il pilastro indiscusso della scuola: Friedrich von Hayek. Insignito del Premio Nobel per l’economia nel 1974, Hayek fu colui che per primo sviluppò la Teoria Austriaca del Ciclo Economico, ponendosi in aperta polemica con le idee di John Maynard Keynes (di cui abbiamo già detto e ancora diremo).

Secondo Hayek, i cicli di “boom e bust” (espansione e recessione) non sono difetti intrinseci del capitalismo (come sostenuto da Marx e dai socialisti), ma la conseguenza diretta dell’interventismo statale. In particolare, l’espansione artificiale del credito e la manipolazione dei tassi di interesse da parte delle banche centrali spingono gli imprenditori a investire eccessivamente (malinvestment) in progetti che non sono sostenuti da un reale risparmio delle famiglie. Questo genera un’inflazione e una crescita insostenibile che, inevitabilmente, sfocia nelle varie crisi economiche.

Nelle sue opere, Hayek ha anche difeso l’idea che la conoscenza sia frammentata tra milioni di individui e che il mercato sia il meccanismo più efficiente per coordinarla, rendendo impossibile (e qui sbagliava, come tutti gli austriaci) qualsiasi pianificazione centralizzata.

I principi fondamentali della Scuola Economica Austriaca

Al netto di qualsiasi giudizio di valore – non è il nostro compito – per comprendere appieno questa corrente di pensiero economico è essenziale conoscerne i capisaldi metodologici sviluppatisi poi nel corso degli anni come snodi teorici di base.

I cinque che distinguono perciò la scuola austriaca da ogni altra, possono (e devono) essere riassunti in:

Individualismo metodologico: per il quale qualsiasi fenomeno sociale ed economico è spiegabile solo attraverso l’analisi delle azioni, dei desideri e dei piani dei singoli individui. I collettivi non agiscono di per sé.

Soggettivismo: il valore e l’utilità sono determinati dalle valutazioni psicologiche e personali degli individui. Non esistono valori oggettivi misurabili matematicamente. Sembra forse una specie di “teoria della relatività” applicata all’economia? …Beh, lo è!

L’Incertezza del futuro: l’economia per la scuola austriaca non è una macchina prevedibile o lineare (cioè, l’economia NON è una scienza esatta). Gli individui operano in condizioni di costante incertezza, basando le loro decisioni su aspettative soggettive e prospettive cangianti. Ecco perché noi di Vision parliamo sempre di economia come di macro-scienza al pari della medicina, e NON di scienza propriamente detta.

Il ruolo del tempo: il processo di produzione richiede tempo. Tutto richiede tempo. Le decisioni di risparmio di oggi, determinano la struttura produttiva del domani.

Anti-interventismo: poiché il mercato è un ordine spontaneo e complesso guidato dall’azione dei singoli, qualsiasi manipolazione da parte del governo o delle autorità monetarie crea distorsioni e inefficienze. Vi sembra una sorta di versione sotto steroidi del “Lasciar fare” della scuola classica? …Esattamente!

L’eredità e il dibattito attuale

La Scuola Austriaca – pur essendo accettata, divulgata e in vari luoghi e tempi variamente applicata – viene ritenuta ancora oggi come una branca dell’economia “eterodossa” o non convenzionale. Molti economisti mainstream moderni criticano la sua avversione per l’uso della matematica, della statistica e dei modelli econometrici, che gli “austriaci” ritengono inadatti a catturare la complessità delle decisioni umane.

Tuttavia, il suo impatto sul pensiero economico è stato (e resta) profondo. Molti concetti sviluppati dagli austriaci, come il costo-opportunità e l’utilità marginale, sono stati integrati nell’economia neoclassica (della quale parleremo a breve). Nel dibattito pubblico e politico, inoltre, le loro posizioni continuano a ispirare le correnti liberiste e libertarie, promuovendo la deregolamentazione, il libero scambio e tutte le dottrine che promuovono la limitazione del potere statale.

Inoltre, nell’era moderna, le tesi di Mises e Hayek sulla separazione tra Stato e moneta hanno trovato un inaspettato campo di applicazione nel dibattito sulle criptovalute e sulla finanza decentralizzata.

Giusto due argomenti su cui tornare quanto prima…

Andrea Aromatico