Introduzione: oltre la superficie del libero mercato
Nel dibattito economico contemporaneo, il termine “capitalismo” viene spesso associato ai concetti di concorrenza, efficienza e innovazione. Tuttavia, le strutture economiche reali si discostano frequentemente dal modello teorico della concorrenza perfetta. Una delle degenerazioni più pervasive e strutturali di questo sistema è il cosiddetto crony capitalism, tradotto in italiano come “capitalismo clientelare” o “capitalismo dei compari”.
Questo fenomeno descrive un sistema in cui il successo economico di un’impresa non dipende dalla sua capacità di innovare, ridurre i costi o soddisfare i consumatori, ma dalla qualità dei suoi legami con la classe politica e burocratica. Non si tratta di una semplice deviazione morale o di episodi isolati di corruzione, bensì di un assetto istituzionale in cui le regole del gioco economico vengono sistematicamente modificate per proteggere gli interessi di pochi eletti a scapito della collettività.
Le radici storiche ed evoluzione del termine
Sebbene il fenomeno sia antico quanto il concetto stesso di Stato (e fors’anche di potere pubblico in quanto tale), il termine crony capitalism ha assunto una rilevanza globale solo durante la crisi finanziaria asiatica del 1997. In quel contesto, economisti e analisti notarono come il collasso delle economie delle cosiddette “tigri asiatiche” – in particolare l’Indonesia di Suharto e le Filippine di Marcos nei decenni precedenti – fosse stato accelerato da un sistema bancario e industriale dominato da parenti e amici stretti dei leader politici, nel quale crediti e bonus venivano concessi non in base alla bontà-sostenibilità dei progetti economici, ma in virtù della mera vicinanza al governo.
Tuttavia, ridurre il capitalismo clientelare a una caratteristica esclusiva delle economie in via di sviluppo o dei regimi autoritari, sarebbe un grave errore di prospettiva. Forme sofisticate di clientelismo economico si osservano regolarmente anche nelle democrazie occidentali più avanzate. Negli Stati Uniti – ad esempio – il dibattito si concentra spesso sul ruolo del lobbying e sui salvataggi bancari del 2008 (il concetto di “too big to fail”). In Europa e in Italia, il fenomeno si manifesta storicamente attraverso l’intreccio tra banche, grandi gruppi industriali privati e partecipazioni statali, dinamica che ha spesso protetto monopoli e oligopoli dalla concorrenza internazionale. Senza poi dire che dalla nascita dei megafondi e di Big Corporate capitalizzate quanto interi Stati Nazionali, il fenomeno è continuato ma a canone inverso rispetto al passato. Ossia con lo stesso strapotere economico a “comprare” e quindi gestire fette enormi della politica, legandola a sé in processi sempre più invasivi di erosione delle libertà democratiche e di mercato.
I meccanismi di funzionamento: come si altera il mercato
Ma prima di studiare il crony 2.0, cerchiamo di capire come tecnicamente il capitalismo clientelare si alimenta e si struttura attraverso una vasta gamma di strumenti politici ed economici. Il tratto comune infatti, è uno e sempre quello: l’uso del potere coercitivo dello Stato per allocare risorse economiche o per limitare la concorrenza.
E questo avviene in due modi:
- Lo storico: cioè, quello del tempo della prevalenza della politica sull’economia, durante il quale erano il “familismo” e le “appartenenze di sostegno” a questa o quella parte che portavano i vantaggi.
- L’odierno, dove sono direttamente i grandi capitali a favorire ascesa e permanenza di classi politiche “obbedienti”.
MECCANISMI DI INFLUENZA (in ogni caso)
Azione politica Beneficio aziendale – Barriere normative e licenze > Protezione da rivali e competitor – Sussidi diretti e sgravi fiscali > Margini artificiali e privatizzazione utili – Appalti pubblici “sartoriali” > Monopolio dei bandi – Salvataggi di Stato > Socializzazione delle perdite
Scendiamo nei dettagli…
Barriere normative e regolamentazione asimmetrica: parliamo apertis verbis della creazione di leggi complesse, “standard tecnici stringenti” o licenze esclusive quali strumenti principali di favoreggiamento, attraverso i quali le grandi aziende consolidate utilizzano il proprio peso politico per spingere i governi a introdurre normative che i piccoli concorrenti o le nuove startup non possono permettersi di rispettare. La burocrazia diventa così un’arma di difesa del monopolio.
Sussidi diretti e sgravi fiscali selettivi: quando lo Stato assegna incentivi o esenzioni a settori specifici o a singole aziende senza criteri di mercato trasparenti, crea un vantaggio competitivo artificiale e utili operativi monster in regime di fiscalità protetta o addirittura zero validi solo per “alcuni” (vedi casi attuali di extraprofitti per oil company, banche etc.).
Appalti pubblici e privatizzazioni opache: l’assegnazione di grandi opere pubbliche o la vendita di asset statali attraverso bandi disegnati su misura per determinati attori industriali, rappresenta una delle manifestazioni più evidenti del fenomeno, oltre ad essere una prassi assolutamente consolidata a qualsiasi latitudine. Sia dove i crony li si chiama “oligarchi”, sia dove li si definisce “filantropi”.
Salvataggi finanziari e “azzardo morale”: il principio cardine del mercato prevede che chi assume rischi economici debba risponderne in caso di fallimento. Nel capitalismo clientelare, le grandi imprese che godono di coperture politiche beneficiano della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite (chi ha più di 40 anni, ricorderà di certo il modus operandi di aziende quali FIAT, con addirittura 3 membri della famiglia sempre presenti in Parlamento, ai nomi di Susanna, Umberto e Gianni, addirittura senatore a vita). Quando le cose vanno bene, si guadagna in famiglia, quando i rischi si concretizzano, interviene lo Stato con fondi pubblici e cassa integrazione.
Il ruolo del lobbying e delle “porte girevoli”
Nelle cosiddette democrazie moderne, il capitalismo clientelare raramente si presenta sotto forma di tangenti esplicite (magari occulte sì, vedi casi quali Qatar Gate, Pfizer etc…). Più spesso, si muove all’interno di cornici legalizzate o zone grigie istituzionali. Due dinamiche sono particolarmente rilevanti: il finanziamento della politica e il fenomeno delle “porte girevoli” (revolving doors).
Il finanziamento delle campagne elettorali e l’attività di lobbying consentono ai grandi gruppi industriali e finanziari di orientare l’agenda legislativa. Sebbene il lobbying sia in teoria un’attività legittima di rappresentanza degli interessi, in un contesto clientelare esso si trasforma nell’acquisto di influenze normative (regulatory capture).
Il fenomeno delle “porte girevoli” descrive invece il passaggio continuo di individui tra ruoli di regolamentazione pubblica (ministeri, agenzie di controllo, banche centrali) e ruoli dirigenziali nel settore privato. Un funzionario pubblico che sa di poter aspirare a una poltrona milionaria in una grande azienda privata sarà incentivato, durante il suo mandato pubblico, a prendere decisioni favorevoli a quell’azienda, compromettendo l’imparzialità dello Stato. E viceversa.
I mega fondi e il sistema della stock exchange (ne parleremo a tempo e a luogo), hanno poi de facto complicato enormemente il quadro…
Le conseguenze economiche: inefficienza e stagnazione
Il paradosso del crony capitalism, è che il suo impatto economico risulta assolutamente devastante sul lungo periodo, inverandosi come un vero e proprio cancro capace di minare alla radice le fondamenta stesse dello sviluppo economico di una società attraverso diversi canali:
Distorsione nell’allocazione dei capitali: in un mercato sano, i capitali affluiscono verso le idee e le imprese più produttive. In un sistema clientelare, le risorse (sia private sia pubbliche sotto forma di tasse) vengono drenate verso aziende inefficienti ma politicamente connesse. Questo impoverisce i settori innovativi, che si trovano privi di finanziamenti.
Morte dell’innovazione: se il successo aziendale si ottiene coltivando relazioni politiche piuttosto che investendo in ricerca e sviluppo, le imprese smetteranno di innovare. Questo porta a una perdita di competitività internazionale dell’intero sistema paese.
Barriere all’imprenditorialità: i giovani imprenditori e le piccole e medie imprese (PMI) vengono sistematicamente schiacciati dal peso della burocrazia e dall’impossibilità di competere ad armi pari con i giganti protetti dallo Stato. Creando una serie di fallimenti a catena, un impoverimento generale oltre a una riduzione grave quanto fisiologica della stessa base imponibile.
Sì, parliamo apertamente di ristagno economico e di idee, e ovviamente di miseria e disoccupazione.
L’impatto sociale: disuguaglianza e sfiducia
I costi del cosiddetto “capitalismo clientelare” non si limitano ai dati del PIL, ma colpiscono profondamente il tessuto sociale.
- Il primo effetto è l’esacerbazione delle disuguaglianze economiche. I profitti generati dalle rendite di posizione politiche si concentrano infatti nelle mani di una ristretta oligarchia aziendale, mentre i costi – sotto forma di prezzi più alti per i consumatori, servizi pubblici scadenti e tasse elevate – ricadono sulla classe media e sui cittadini meno abbienti.
- In secondo luogo, si assiste a una distorsione della mobilità sociale. Con la meritocrazia che viene completamente annullata: per fare carriera o per avere successo negli affari diventa fondamentale solo “conoscere qualcuno” piuttosto che “saper fare qualcosa”. Questo genera un senso di frustrazione diffuso e alimenta il fenomeno della fuga dei cervelli, spingendo i talenti migliori a emigrare verso paesi con mercati più aperti e meritocratici.
- Infine, vi è un gravissimo danno istituzionale: la perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche. Quando i cittadini percepiscono che il governo e le leggi non perseguono il bene comune, ma l’interesse di cerchie ristrette, la coesione sociale si sfalda. Questo disincanto democratico costituisce il terreno fertile per populismi e spinte autoritarie.
Indici e misurazione del fenomeno “classico” e 2.0
Misurare quantitativamente il tasso di capitalismo clientelare è complesso, data la natura spesso sommersa di queste relazioni. Tuttavia, la rivista britannica The Economist ha sviluppato un celebre strumento chiamato Crony Capitalism Index (Indice del Capitalismo Clientelare).
L’indice calcola la quota di ricchezza detenuta dai miliardari di un paese che derivano i propri profitti principalmente da settori economici definiti “inclini al clientelismo” (crony-prone sectors). Si tratta di comparti industriali che richiedono licenze statali, concessioni, o che dipendono strettamente dalle decisioni pubbliche, come:
- il settore immobiliare e delle costruzioni;
- l’industria mineraria, petrolifera e del gas;
- il settore bancario e finanziario;
- le telecomunicazioni e la gestione delle infrastrutture in concessione.
I dati storici dell’indice mostrano che paesi come la Russia, la Malesia e l’India registrano regolarmente i livelli più alti di capitalismo clientelare. Tuttavia, anche paesi occidentali mostrano percentuali significative di ricchezza legata a questi settori, confermando la natura globale del problema.
Problema che poi oggi, con la sua veste 2.0 fatta da mega fondi che eterodirigono la politica, rischia di diventare addirittura una… tragedia.
In questo scenario infatti, il potere dei grandi fondi si è tradotto in una vera e propria cooptazione del regolatore (regulatory capture): lo Stato.
È palese come attraverso il peso del loro capitale, le multinazionali della finanza influenzino i testi legislativi, orientino le decisioni fiscali sino a dettare l’agenda delle banche centrali. Le porte girevoli tra i consigli di amministrazione dei colossi finanziari e i ministeri dell’Economia poi (dobbiamo fare i nomi?), hanno reso labile il confine tra decisore pubblico e interesse privato.
Le politiche monetarie espansive a base di tassi azzerati e iniezione di liquidità, spacciate per misure di stimolo macroeconomico, hanno di fatto gonfiato i valori degli asset finanziari e immobiliari, avvantaggiando chi possedeva già capitale mentre si danneggiava chi viveva e vive di lavoro e produzione, concentrando così sempre più la ricchezza in poche mani non per un’eccellenza produttiva, ma per una rendita finanziaria garantita dall’alto.
Il paradosso finale è che tutto questo si sia verificato sotto la coperta corta del cosiddetto neoliberismo: vuota formula capace tuttavia d’usare il linguaggio della libertà economica e del merito per giustificare una realtà che ha poi fatto esattamente il contrario: predicando l’austerità per i servizi pubblici, la sanità e la scuola – riducendo il perimetro dello Stato sociale con la scusa di non alterare le regole del mercato – nel mentre si spalancavano le casse pubbliche per sostenere i mercati finanziari in tutti i loro “terremoti”.
Il capitalismo contemporaneo insomma, non è il trionfo di Adam Smith o Hayek, quanto piuttosto una forma di feudalesimo finanziario dove i grandi fondi e la finanza d’élite agiscono come i vecchi baroni del privilegio, estraendo valore dall’economia reale senza crearne di nuovo, mentre blindano la propria posizione dominante grazie alla complicità dello Stato. Il cerchio si chiude: il neoliberismo, nato per liberare il mercato dallo Stato, ha finito troppo spesso per usare lo Stato come il guardiano armato dei privilegi della grande finanza divenendo il motore di quel che abbiamo chiamato crony capitalism 2.0.
Possibili soluzioni: come ripristinare la trasparenza
Combattere il capitalismo clientelare richiede interventi strutturali che agiscano sia sul lato dello Stato, sia su quello del mercato. Non esiste una soluzione unica, ma una combinazione di possibili strategie istituzionali la cui validità non è neppure comprovata.
Parliamo di:
Semplificazione burocratica e fiscale: cioè, ridurre il numero di leggi e rendere i processi amministrativi semplici, digitali e trasparenti cercando di limitare il potere discrezionale dei funzionari pubblici, riducendo così le opportunità di scambio di favori.
Autorità antitrust forti e indipendenti: le autorità per la concorrenza devono avere poteri reali di sanzione e intervento per smantellare i monopoli e i cartelli, vigilando con severità sulle concentrazioni industriali e sulle modalità di assegnazione delle concessioni pubbliche. Ovvio che per farlo devono avvalersi di personale dalla moralità specchiata e dalle grandi capacità operative.
Regolamentazione del lobbying e piena trasparenza finanziaria: sappiamo che è utopistico, ma sarebbe necessario rendere pubblici e tracciabili tutti gli incontri tra rappresentanti di interessi e decisori politici, introducendo regole rigide sul finanziamento dei partiti e periodi di moratoria (cooling-off periods) per evitare il fenomeno delle porte girevoli.
Tutela della vera libertà di stampa e del whistleblowing: un giornalismo d’inchiesta indipendente e leggi che proteggano i dipendenti (pubblici e privati) che denunciano gli illeciti, sono sentinelle fondamentali per portare alla luce gli accordi di corridoio. Basilare quindi il ruolo di una stampa libera, forte e indipendente. Capace di supportare l’attività di legalizzazione di cittadini e magistratura. Ma ci sono ancora una stampa libera, forte e indipendente (e relativa magistratura)…?
Per la difesa del vero mercato e della democrazia
Come è ormai chiaro, il capitalismo clientelare in tutte le sue forme – dalla “classica” alla 2.0 – rappresenta il principale nemico sia del libero mercato, che della giustizia sociale. Esso non è il risultato di un “eccesso di capitalismo” (come qualche sciocco potrebbe credere, infatti ne è la nemesi), ma piuttosto della sua negazione: dove il mercato chiede trasparenza, concorrenza e responsabilità, il clientelismo “naturale” (storico) o “imposto” (quello 2.0) impone invece opacità, protezione e privilegi.
La sfida del futuro perciò non risiede nella scelta semplicistica e logora tra più Stato o più mercato, ma nella costruzione di uno Stato di diritto forte e imparziale, capace di agire come arbitro neutrale (ci sono esempi al riguardo, e ne parleremo). Perché solo separando nettamente il potere politico dal successo economico privato è possibile garantire un sistema in cui l’innovazione venga premiata, l’iniziativa individuale tutelata e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni possa essere ricostruita su quelle solide basi che al momento… latitano.
Andrea Aromatico

