La borsa americana è di nuovo sui massimi storici. Se il tuo primo istinto è “è salito troppo, adesso deve scendere”, non sei irrazionale: è un errore che ha un nome preciso, e che i dati smontano pezzo per pezzo.

Perché un massimo storico ci spaventa

Il meccanismo che scatta quando leggi “nuovo record in borsa” si chiama gambler’s fallacy, l’errore del giocatore d’azzardo: la convinzione, del tutto infondata, che un evento casuale sia influenzato da quelli che lo hanno preceduto. È la stessa logica di chi, alla roulette, punta sul nero dopo cinque rossi consecutivi, convinto che ormai tocchi al nero uscire. Ma la pallina non ha memoria, e nemmeno il mercato: i rendimenti giornalieri delle azioni sono molto vicini al caso, quindi tanti giorni positivi di fila non dicono quasi nulla su cosa farà l’indice domani.

C’è un secondo meccanismo che rinforza il primo, scoperto dagli psicologi premi Nobel Daniel Kahneman e Amos Tversky: l’avversione alle perdite, per cui il dolore di perdere mille euro pesa, in media, circa il doppio della gioia di guadagnarne mille. Quando il mercato è salito, il cervello non pensa al guadagno che potresti ancora ottenere, ma al crollo che potresti subire. Ed è proprio nel momento in cui i prezzi sono più alti che l’istinto ti spinge fuori dal mercato.

Cos’è davvero un “massimo storico”

Un indice come l’S&P 500 o il FTSE MIB è un paniere di azioni: se le società che lo compongono salgono nel complesso, l’indice sale. Il livello che leggi sui giornali, però, racconta meno di quanto sembri, per tre motivi. Il numero è quasi sempre un indice “price only”, che conta solo il prezzo delle azioni e ignora i dividendi: un indice a rendimento totale, che li reinveste, tocca nuovi massimi molto più spesso. Il numero è anche nominale, non depurato dall’inflazione, che da sola spinge i prezzi verso l’alto negli anni. E il terzo motivo è il più importante: le azioni hanno, sul lungo periodo, un rendimento atteso positivo. Un mercato che tocca nuovi massimi non è un’anomalia: è quello che ci si aspetta da un mercato che funziona.

Quanto sono frequenti, davvero

Secondo un’elaborazione di Dimensional Fund Advisors su dati dal 1926, contando mese per mese con un indice a rendimento totale, sul mercato americano un nuovo massimo storico è arrivato in circa il 30% dei mesi: quasi uno su tre. Chi ha vissuto solo Piazza Affari ha un’esperienza molto diversa: secondo i dati storici di Dimson, Marsh e Staunton, l’azionario italiano è stato per oltre un secolo tra i meno redditizi al mondo in termini reali, mentre l’azionario globale ha reso in media circa il 5% l’anno. Una borsa che rende poco tocca raramente nuovi massimi, ed è per questo che guardare solo il mercato italiano fa sembrare i record un evento raro e pericoloso. L’indice mondiale, che aggrega tutte le borse pesate per valore, tocca nuovi massimi ancora più spesso: è il risultato della diversificazione.

Cosa succede dopo un massimo

La domanda che conta è un’altra: investire proprio mentre la borsa è al massimo condanna a rendimenti peggiori? Un’analisi di RBC Global Asset Management sul mercato americano dal 1950 a oggi mostra di no: a cinque anni, chi ha investito dopo un nuovo massimo ha ottenuto in media circa il 10,5% l’anno, contro l’11,4% di chi ha investito in un momento qualsiasi: una differenza minima, non certo il disastro che l’istinto fa temere.

L’unico segnale che conta: le valutazioni

C’è però un dato che ha davvero un legame con i rendimenti futuri: quanto sono care le azioni, misurato dal CAPE di Shiller, cioè il prezzo dell’indice diviso la media degli utili reali degli ultimi dieci anni. Quando il CAPE è sulla sua mediana storica, intorno a 17, il rendimento reale atteso è circa il 5,9% l’anno; a 25 scende verso il 4%; a 40 verso il 2,5%. Il problema è che le valutazioni spiegano solo una parte dei rendimenti dei dieci-quindici anni successivi, e lasciano fuori il resto: sono utili per capire cosa aspettarsi nel lungo periodo, inutili per decidere quando entrare o uscire dal mercato.

Cosa portarti a casa

Il livello dell’indice, da solo, non predice il crollo. I dati mostrano che investire ai massimi ha storicamente reso quasi quanto investire in un giorno qualsiasi. E le valutazioni, l’unico segnale che conta davvero, non servono per il timing, ma per capire cosa aspettarsi nel tempo. La prossima volta che leggi “borsa ai massimi storici” e senti quel campanello d’ansia, ricorda che è lo stesso meccanismo che fa scommettere sul nero alla roulette dopo cinque rossi.

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