Il percorso che ha trasformato la Cina da un’economia prevalentemente agraria e isolata alla seconda (o è già prima?) potenza globale è uno dei fenomeni più complessi della storia economica moderna. Questo successo non è stato il frutto del caso, quanto piuttosto il risultato di una pianificazione strategica flessibile, basata sul pragmatismo politico e sulla capacità di adattare i meccanismi del libero mercato a un forte controllo statale. E viceversa…
Per comprendere a fondo la traiettoria di Pechino è necessario analizzare i quattro motori fondamentali del suo sviluppo: 1) la particolare situazione politico-economica; 2) la globalizzazione; 3) l’esperimento pionieristico delle Zone Economiche Speciali (ZES); 4) la transizione verso la leadership tecnologico-digitale e green.
1. Il Trampolino del Successo: Le Zone Economiche Speciali (ZES)
Il moderno miracolo economico cinese ha una data e un luogo di nascita precisi: il dicembre 1978 e la provincia meridionale del Guangdong.
Sotto la guida di Deng Xiaoping, la Cina avviò la politica di “Riforma e Apertura”, istituendo da un lato la de-collettivizzazione agraria, attraverso un processo ecumenico che portò la terra ad esser di lì in poi divisa ed affidata in gestione alle famiglie contadine, stimolando la produzione alimentare; e dall’altro alla creazione delle prime Zone Economiche Speciali (ZES).
L’idea alla base delle ZES era semplice ma rivoluzionaria per un Paese comunista (che di lì in poi prese a chiamarsi “socialista alla cinese”): delimitare specifiche aree geografiche in cui testare logiche capitalistiche senza contaminare immediatamente l’intero sistema nazionale. Fu così che città come Shenzhen, al tempo un semplice villaggio di pescatori a ridosso di Hong Kong, vennero trasformate in veri e propri laboratori economico-sociali a cielo aperto.
La nascente (e poi esplosiva) globalizzazione occidentale – soprattutto per quel che riguarda il fenomeno della delocalizzazione delle produzioni – fece il resto.
Tutto il resto è storia. Con la nascita e sviluppo di un sistema che ormai deve essere chiamato quale “capitalismo di Stato alla cinese”, di cui questi sono i caposaldi:
Imprese statali strategiche: energia, trasporti e telecomunicazioni restano (e resteranno) saldamente in mano pubblica.
Pianificazione quinquennale: il governo fissa obiettivi di crescita a lungo termine molto precisi. Come precisi i piani di attuazione.
Controllo del credito: sono le banche statali che finanziano le grandi infrastrutture e i progetti industriali prioritari.
Il tutto per dar vita a un processo di modernizzazione che ha visto proprio lo Stato investire enormi risorse per connettere il territorio e favorire l’urbanizzazione. Sì che oggi questi sono i più significativi asset per una crescita che sembra senza fine…
Reti di trasporto: la Cina vanta la rete ferroviaria ad alta velocità più lunga del pianeta. E non solo…
Porti e logistica: i maggiori porti mondiali per volume di merci si trovano lungo la costa cinese.
Migrazione interna: centinaia di milioni di persone si sono spostate dalle campagne alle metropoli, alimentando la domanda interna.
Filiera cortissima: con le ZES che in breve si sono trasformate in veri e propri cluster produttivi specializzati e iper connessi, in grado di creare intere supply chain praticamente a livello di “walking distance”. Dove negli USA o in Occidente in genere un fornitore di uno specifico settore può essere a migliaia di chilometri di distanza, negli ecosistemi integrati cinesi questo -anzi, questi (tutti) – si trovano sempre a cinque minuti massimo di auto. Spesso molto meno.
Le leve dell’attrattività
Se il ritorno alla proprietà privata e alle logiche di profitto furono il volano per l’esplosione della produzione agricola, per parte sua il successo delle ZES cinesi si è basato su altri quattro pilastri fondamentali:
Incentivi fiscali straordinari: il tutto attuato secondo una riduzione drastica delle imposte sulle società e dazi doganali azzerati per l’importazione di materie prime destinate all’assemblaggio. A creare uno scenario di dumping fiscale imbattibile, quanto iper attrattivo a livello planetario (specie sul versante “costo del lavoro”).
Deregolamentazione del lavoro: sarebbe sbagliato e riduttivo definire questa fase attraverso la formula della semplice compressione dei diritti dei lavoratori. È infatti vero il contrario, dato che cuore di questa deregolamentazione fu il raggiungimento di una maggiore flessibilità nella gestione della manodopera rispetto al rigido sistema statale del resto del Paese. Una flessibilità fatta sì di più ore effettivamente lavorate dai vari impiegati, ma altrettanto da paghe maggiorate da un ricco sistema d’incentivi alla produzione.
Autonomia amministrativa: fu qui che le autorità locali delle ZES ricevettero il potere di approvare investimenti esteri senza dover attendere i lunghi tempi burocratici di Pechino. Cioè, venne dato loro il permesso di aprirsi alla velocità della luce alla trappola che l’avidità occidentale si stava scavando sotto ai piedi accogliendo tutte le produzioni “straniere” che fossero stati in grado di sostenere. Vale a dire commesse e know how, al fine di creare una situazione win-win sul piano dell’income e dell’acquisizione rapida di metodo e conoscenze.
Infrastrutture dedicate: per sostenere il tutto ed efficientarlo ai massimi livelli, come si diceva lo Stato investì massicciamente nella costruzione di porti, centrali elettriche e reti stradali per collegare le fabbriche ai mercati globali. E in qualsiasi altra infrastruttura si percepisse come necessaria al “grande balzo in avanti” 2.0.
E fu così che con rapidità impressionante, attirando colossi industriali da ogni parte del mondo e implementando una sua propria rete di R&D, la Cina ottenne due elementi cruciali per la sua crescita: capitali freschi in valuta pregiata, ma soprattutto il più imponente trasferimento tecnologico gratuito (anzi, operato da gente che pagava per farlo) che mai si sia visto nella storia dell’umanità.
Fu così che nel giro di pochi decenni, distretti come quello di Shenzhen poterono diventare in unum la Baviera-Motor-Silicon Valley d’Asia, facendo sì che tutte le ZES – con analoga fora e destino – poi potessero far da traino step by step all’industrializzazione dell’intero Paese.
2. Il Cambio di Passo: Transizione Energetica e Leadership Tecnologica
Non a caso e per anni di lì in avanti la Cina è stata definita la “fabbrica del mondo”, risultando poi de facto una sorta di hub associato a produzioni a basso costo e ad alta intensità di manodopera (sempre più specializzata). Tuttavia, conscia dei limiti di questo modello, la leadership di Pechino – in sordina (ma mica tanto…) – avviò in tempi record una transizione epocale verso un’economia ad alto valore aggiunto, focalizzata sui pilastri di: 1) innovazione tecnologica; 2) e sull’ormai imprescindibile sostenibilità ambientale.
Oggi infatti (e già da un pezzo), la Cina non si limita più ad assemblare componenti progettati altrove o a provare a vendere a prezzi stracciati mezze copie di originali occidentali (le cosiddette “cinesate”), ma definisce gli standard globali in settori chiave sino al livello di dettar legge al riguardo.
Parliamo di:
La filiera della Green Economy: in quest’alveo – vuoi per esigenze locali, vuoi per il semi-monopolio su terre rare e loro lavorazioni che Pechino esercita – la Cina ha conquistato la quasi centralità assoluta nella produzione di pannelli solari, turbine eoliche e, soprattutto, batterie agli ioni di litio.
È stata questa transizione strategica che ha permesso al Paese di guidare la rivoluzione della mobilità elettrica – ibrido/elettrica a livello globale.
Veicoli Elettrici (EV) ed ibridi: ormai, i marchi automobilistici cinesi competono direttamente con i giganti occidentali, offrendo tecnologie avanzate a prezzi altamente competitivi grazie a una catena di approvvigionamento interamente integrata in patria. Anzi, possiamo ben dire che marchi quali BYD, Jaecoo, Omoda etc. hanno del tutto soppiantato e surclassato sia esteticamente, che tecnicamente (per qualità ed affidabilità), quelli che un tempo erano i colossi europei, americani, giapponesi e sud coreani.
Infrastrutture Digitali e Intelligenza Artificiale: forse come in nessun altro settore sono stati fatti investimenti così massicci quanto quelli riguardanti lo sviluppo delle reti 5G e 6G, dei supercomputer e degli algoritmi di intelligenza artificiale che hanno ormai reso le aziende cinesi leader nei servizi digitali, nei pagamenti elettronici e nella logistica predittiva.
Questa metamorfosi industriale è stata sostenuta da una precisa scelta politica: lo stanziamento di enormi sussidi statali alla ricerca e sviluppo (R&D), cui è seguita una vera e propria rivoluzione di tipo scolastico, guidata dalla formazione di milioni di ingegneri e scienziati che ogni anno, trasformano sempre più la quantità della forza lavoro in qualità dell’ecosistema innovativo di riferimento.
3. I Nodi al Pettine: Sfide Demografiche e Trappola del Debito
Nessun miracolo economico è esente da contraccolpi, tuttavia. Il modello cinese, giunto a una fase di maturità, si trova oggi ad affrontare ostacoli strutturali che rischiano di frenarne almeno in parte la corsa.
Il declino demografico
Per decenni la Cina ha beneficiato del cosiddetto “dividendo demografico”: quello derivante da una popolazione giovane, numerosa e a basso costo. Gli effetti della politica del figlio unico (abolita solo di recente) hanno però invertito la tendenza.
La popolazione cinese sta invecchiando a ritmi senza precedenti storici (per gli standard cinesi). La contrazione della forza lavoro attiva implica una relativa riduzione della produttività e, parallelamente, un aumento esponenziale della spesa previdenziale e sanitaria. Possiamo quindi dire che la Cina si trova dunque davanti al rischio concreto di “diventare vecchia prima di diventare ricca” (come sostiene qualche economista occidentale)? Assolutamente no, dato che allo stato attuale la crescita economica del Paese è ancora stabile e sostenuta, nonostante la situazione di crisi internazionale patente. Non di meno, sarebbe da superficiali dire che il problema non sia reale, e che – forse pur in un futuro prossimo – possa arrivare a “presentare il conto”.
La crisi del settore immobiliare e il debito locale
Un altro grande motore della crescita interna è stato l’immobiliare, arrivato a rappresentare fino al 30% del PIL nazionale dell’intera Cina. Questo sistema si è basato per anni su una forte leva finanziaria. Il crollo di grandi sviluppatori privati tuttavia, ha fatto emergere alcune crepe strutturali:
I veicoli di finanziamento locale (LGFV): molti governi locali hanno accumulato enormi debiti fuori bilancio per finanziare opere infrastrutturali non sempre redditizie, utilizzando la vendita dei terreni come principale garanzia.
La saturazione del mercato: la costruzione selvaggia ha generato un surplus di alloggi e intere “città fantasma”, riducendo in parte la fiducia dei consumatori cinesi, che hanno visto gran parte dei propri risparmi bloccati in un mercato immobiliare che si è rapidamente svalutato. Una vera crisi del settore quindi? Ni, dato che s’è vero come è vero che alcuni colossi hanno davvero vacillato, altrettanto è vero che al momento il peggio sembra essere passato ed anzi, ci si trovi in piena epoca di rilancio strutturale e trainato da esigenze locali e nuove partnership internazionali.
Conclusione
I segreti del successo economico della Cina risiedono nella sua straordinaria capacità di programmazione e nella flessibilità dimostrata durante la fase delle Zone Economiche Speciali e della successiva svolta tecnologica. Tuttavia, è ovvio che il futuro del Paese non dipenderà più solo dalla sua capacità di produrre o innovare, ma da come la leadership saprà gestire la transizione verso un modello economico guidato anche e soprattutto dai consumi interni, disinnescando al contempo la bomba a orologeria del debito e del declino demografico.
Andrea Aromatico

