Alla parola “colonialismo”, subito vengono in mente Stati impegnati a procurarsi con la forza interessi illegittimi in terre lontane. Tuttavia, l’atto di sottomissione geopolitica più imponente della storia – la conquista e il controllo dell’India – non fu affatto compiuto dal regio esercito della corona britannica, bensì da una società privata mossa unicamente da logiche di profitto: la EAST INDIA COMPANY (EIC), fondata sì con statuto reale della Regina Elisabetta I il 31 dicembre 1600, ma operante di lì poi in piena autonomia per quasi due secoli.
Dalle spezie alle tasse: la svolta della Battaglia di Plassey
Nata per squisite finalità commerciali, per il suo primo secolo di vita la EIC operò esattamente come una normale compagnia commerciale, importando seta e cotone, tè e spezie, in costante competizione coi mercanti olandesi e francesi. La svolta, dal punto di vista macroeconomico (quello che a noi interessa), avvenne nel 1757 con la Battaglia di Plassey. Fu lì che sotto la guida militare di Robert Clive, l’esercito privato della compagnia – creato nel frattempo – riuscì a sconfiggere il Nababbo del Bengala e i suoi alleati francesi.
Avete capito bene: un esercito al soldo di una compagnia privata che sconfigge due eserciti nazionali congiunti al netto di qual si voglia intervento da parte della madrepatria.
Il “bottino di guerra” fu ai limiti del clamoroso: con il successivo Trattato di Allahabad del 1765, l’Imperatore Moghul concesse alla EIC il Diwani, ovvero il diritto esclusivo di riscuotere le imposte fondiarie nel Bengala, la regione più ricca del subcontinente. Non fu un’evoluzione, quanto piuttosto una mutazione genetica aziendale senza precedenti capace di dar vita a un “mostro” dal potere sconfinato. Grazie allo speciale editto, infatti, la EIC finiva di emanciparsi del tutto da Londra, potendo cessare di importare argento/valuta dall’Inghilterra per comprare merci indiane e “fare business”. Perché? Semplice: da quel momento in poi, non solo poteva utilizzare parte degli utili operativi realizzati in loco per finanziarsi; ma addizionare al tutto gli ingenti proventi delle tasse estorte agli indiani per acquistare i prodotti indiani da rivendere in Europa, intascando così un margine di profitto di minimo un 100% sulla materia prima “più IVA”!
Ricapitolando: parliamo di esercito privato in grado di sconfiggere eserciti nazionali congiunti, con il “super potere” di iper finanziarsi riscuotendo direttamente imposte, capace poi d’agire in regime di pieno monopolio s’un mercato d’interesse assoluto. In pratica, uno Stato dentro lo Stato ma del tutto libero da vincoli “politici e morali” e con una capacità di proiezione di potenza sconosciuta sino ad allora a qual si voglia Stato Nazionale.
Capito perché si parlava di… “mostro”?
La corporazione-Stato e il suo esercito privato
Fu così che in ogni caso già nel primo decennio del XIX secolo la EIC era divenuta la forza dominante in India. Come dicevamo, non gestiva l’economia tramite il libero mercato, ma attraverso un monopolio coercitivo supportato da un apparato militare ipertrofico. Conti alla mano da fonti documentate: nel 1803, l’esercito privato della Compagnia contava circa 260.000 uomini in servizio permanente attivo, ovvero una forza militare doppia – per quanto in gran parte formata da sepoy locali – rispetto all’intero esercito regolare britannico dell’epoca.
Forte di tutto questo, la Compagnia poteva porre in essere una gestione aziendale spregiudicata, orientata al massimo rendimento a breve termine per gli azionisti di Londra e per i Raja bianchi locali. E fu esattamente quel che fece: creando da un lato fortune immani in un lasso di tempo irrisorio, mentre dall’altro dava vita a vere e proprie apocalissi socio-umanitarie.
Non bisogna essere geni di geopolitica e tematiche sociali per poter comprendere come questo approccio ben oltre il cinico e lo spietato, portasse a disastri umanitari ed economici sistemici, quali ad esempio la Grande Carestia del Bengala del 1770, in cui morirono letteralmente di stenti circa 10 milioni di persone.
Causa di tutto questo il fatto che nonostante la carestia e il crollo della produzione agricola, la EIC aumentò in ogni caso la pressione fiscale sui sopravvissuti per mantenere inalterati i dividendi aziendali. Reprimendo poi nel sangue ogni tentativo di ribellione, anche il più timido. E lo fece solo perché voleva e poteva farlo.
Il “Too Big to Fail” e la nazionalizzazione
Tutti questi elementi assieme, furono quelli che portarono la EIC a divenire la prima entità nella storia ad essere considerata e definita “troppo grande per fallire”.
Il perché, è semplice: troppi gli interessi che sosteneva. Troppi e troppo “forti” coloro che ci “mangiavano”. E infine, troppe persino le connessioni politico-finanziarie con l’intera Europa e le colonie d’Oltre Oceano (America) per permettersi di poterla veder fallire…
E sì che ci andò a un passo e in varie occasioni.
Ovvero, tutte le volte in cui le sue finanze vacillarono a causa di un “problema” e solo quello: le enormi spese militari (fateci caso, è sempre quello l’elemento cardine di ogni crisi sistemica: l’ipertrofia dell’apparato militare…), costringendo così il governo britannico a intervenire con varie operazioni di vero e proprio salvataggio, via via più pervasive; come quella del 1773, incentrata sul famigerato Tea Act. Una manovra che dalla sera alla mattina permise alla Compagnia di scaricare il tè in eccesso nelle colonie americane senza pagare dazi. Salvandola pro tempore, ma facendo infuriare gli americani, che di lì crearono il Boston Tea Party e la Rivoluzione Americana. Ma questa è un’altra storia…
Per ora, concentriamoci su quel che causò in ogni caso la fine della EAST INDIA COMPANY come impresa privata.
La scintilla va identificata in quel che accadde nel 1857, quando la grande rivolta dei soldati indiani (Sepoy) scosse le fondamenta dello strumento stesso del dominio aziendale: il suo esercito.
Le cause del malessere erano tante e differenti, ma portavano tutte allo stesso risultato: l’incontrollabilità dello strumento stesso di controllo, l’apparato militare.
Era già successo ad Alessandro Magno; era già successo all’impero romano; idem a Filippo di Spagna e in altre decine di casi, con identiche dinamiche (e succederà ancora…).
Rendendosi tuttavia conto che un’impresa privata non poteva più gestire la sicurezza di un territorio così immenso (e non volendo perderlo per nessuna ragione) fu così che il Parlamento britannico nell’anno immediatamente successivo con l’approvazione del Government of India Act del 1858 de facto veniva a nazionalizzare la EIC sotto altra veste.
La Compagnia fu infatti sciolta a livello giuridico-legale, ma tutti i suoi possedimenti, il suo esercito (pesantemente riformato) e i suoi asset economici passarono direttamente sotto il controllo della Corona, inaugurando il Raj britannico come forma di controllo coloniale, rafforzato dalla prima grande proiezione di potenza di tipo talassocratico della storia con immani trasferimenti di soldati inglesi che per l’opera furono mandati di stanza nel subcontinente indiano in servizio attivo.
Una storia d’occupazione sotto varie forme che resse finché all’orizzonte non apparve il Mahatma Gandhi e il suo movimento per la liberazione dell’India, che ebbe infine il suo trionfo nel 1947. Quando ’sta volta furono la voglia di libertà e la non-violenza ad aver partita vinta.
Andrea Aromatico

