Quando è nata, come e perché. E che cosa è davvero…
Le origini
La cosiddetta scuola classica di economia nasce a metà del XVIII secolo in Gran Bretagna, e rappresenta la prima vera, grande costruzione teorica della allora nascente scienza economica propriamente detta.
Sua origine, il radicale cambiamento storico relativo all’arrivo della celeberrima Rivoluzione Industriale. Ovvero, l’avvento di una nuova epoca in cui l’economia quella vera, sospinta dalla tecnica, iniziava a divenire un’entità completamente differente rispetto al passato, con un’Inghilterra che per prima si trovò a passare da un contesto basato su agricoltura, rendite terriere e il micro commercio derivato, a un sistema industriale moderno fatto di produzione di massa e relative catene di forniture e distribuzione. Con relativa crescita e cicli derivati.
Il periodo di suo massimo sviluppo va dal 1776, anno in cui Adam Smith pubblica il celeberrimo La ricchezza delle nazioni, fino al 1848, con i Principi di economia politica di John Stuart Mill.
Prima di scendere nei dettagli, tuttavia, si sappia solo che al di là degli sviluppi futuri e prima di altre teorie che (con mille ragioni) la criticheranno aspramente, fu proprio questa corrente che gettò da un lato le basi del pensiero capitalistico e liberale moderno, opponendosi al mercantilismo e alle restrizioni feudali del passato; sancendo dall’altro la nascita dell’economia come vera e propria macro scienza da studiare, tramandare e sulla quale, ovviamente, dibattere…
Il contesto storico
Come dicevamo, quelli che poi saranno definiti gli autori “classici” studiano, teorizzano e dunque scrivono nel pieno della cosiddetta Rivoluzione Industriale; un periodo durante il quale cambia ogni cosa, e lo fa in fretta.
Ecco alcuni degli elementi più eclatanti relativi alla grande palingenesi socio-economica in questione:
- Grazie all’invenzione delle macchine a vapore, le vecchie botteghe artigiane lasciano spazio alle fabbriche, quali nuove centrali della produzione (nasce l’INDUSTRIA).
- Il lavoro in quanto tale di lì in poi si divide in compiti sempre più semplici, specializzati (nasce la SPECIALIZZAZIONE DEL LAVORO).
- Attratta dall’idea di un riscatto sociale, tanta gente fugge dalle campagne e si urbanizza (nascono gli OPERAI, e le catene di SERVIZI ad essi dedicate).
- Il nuovo benessere prodotto crea nuove classi sociali ed espande il peso della borghesia più o meno colta.
- Ecco quindi che siamo in pieno in una nuova era, dove la ricchezza di una nazione non si misura più con le terre dei nobili e l’oro accumulato nei caveau dello Stato, ma con la capacità di produrre merci e servizi per una fetta d’umanità sempre più vasta (nasce il MERCATO).
- Nuove merci, nuovi servizi per “gente nuova” capace di guardare al futuro con “l’ottimismo della ragione” (si strutturano i CONSUMI).
- È in effetti proprio questo il tempo in cui l’Europa (e con essa il mondo) stava cambiando anche sul piano delle idee, con l’Illuminismo a promuovere la ragione umana e la fiducia nel progresso e nell’avvenire.
Or bene, quelli che poi avremmo definito quali gli economisti della scuola classica sono coloro che in tal contesto applicano la medesima visione culturale all’economia, certi che la società funzioni al meglio solo quando le “nuove persone illuminate” saranno lasciate libere di agire per il proprio semplice interesse personale, sotto l’egida dell’unica “divinità” ammessa di lì in avanti: il mercato.
I principali esponenti
La scuola classica raccoglie pensatori brillanti che a lungo hanno dibattuto tra loro, trovando tuttavia un accordo sui pilastri fondamentali della materia.
Ricordiamo i principali, lasciando poi a ciascun lettore – se lo si desidera – il compito di approfondire le varie bio-bibliografie.
- Adam Smith (1723-1790): deve essere considerato il padre fondatore. A lui si deve la divisione del lavoro e l’introduzione del concetto di “mano invisibile”, rappresentata dalla volontà di ricchezza dei singoli individui.
- Thomas Malthus (1766-1834): famoso per la sua visione pessimista sulla crescita della popolazione e sulla scarsità di cibo e risorse, arriverà paradossalmente a proporre teorie di contenimento planetario della stessa specie umana.
- David Ricardo (1772-1823): specialista del valore, della rendita fondiaria e del commercio internazionale, deve essere considerato il vero teoreta del capitalismo classico come ancora in tanti (erroneamente) lo intendono, specie nel versante degli scambi internazionali (globalizzazione). Sua infatti la teoria secondo cui è vero che tutti i Paesi traggono vantaggio dal commercio con l’estero, anche se uno è più bravo a produrre tutto, per cui ogni nazione deve specializzarsi nelle cose che sa fare meglio (vantaggio comparato).
- John Stuart Mill (1806-1873): l’ultimo dei classici, è colui che apre a idee di riforma sociale pur restando nel solco liberal-capitalistico.
I pilastri teorici
Il sistema economico classico – come credo sia ormai chiaro – si regge su poche idee, ma molto forti (anche da un punto di vista emotivo), che si presentano da subito apparentemente in grado di spiegare “come girerebbe il mondo”, e perché i mercati saprebbero autoregolarsi senza l’aiuto del re (allora), del governo (da sempre) e degli Stati in assoluto.
A prescindere da giudizi di valore, analizziamone i 4 caposaldi:
La mano invisibile e il libero mercato (laissez-faire)
Adam Smith è colui che descrive la “mano invisibile”. Essa consta nel fatto che ogni persona persegue il proprio guadagno personale. Nel farlo però spinge l’intera economia – ci dice Smith – verso il bene comune. Se un fornaio fa il pane buono, lo fa per soldi. Ok, la gente lo apprezza e lui si arricchisce, ma così facendo sfama anche il quartiere.
[quartiere sazio] ─> lavora meglio ─> guadagna ─> spende ─> cresce la ricchezza collettiva
Non serve allora imporre prezzi o quantità. Il mercato trova il suo equilibrio da solo.
“Lasciar fare”, appunto…
La teoria del valore-lavoro
Per i classici il valore di scambio di un bene dipende dalla quantità di lavoro necessaria a produrlo. Ricardo perfeziona questa idea. Se ci vogliono dieci ore per fare un tavolo e cinque per una sedia, il tavolo varrà il doppio della sedia. Questo vale soprattutto nelle economie di concorrenza, dove i fattori produttivi possono muoversi liberamente.
La legge di Say
Jean-Baptiste Say formula una legge fondamentale nella teoria classica. È l’offerta che crea la propria domanda. Quando un’azienda produce una merce, paga salari e profitti ai lavoratori e ai proprietari. Quei soldi servono poi a comprare altre merci. Per la scuola classica di economia, non ci possono essere crisi di sovrapproduzione generale e prolungata nel sistema economico (sic!).
La teoria della popolazione di Malthus
Malthus analizza il limite delle risorse. La popolazione cresce in progressione geometrica (1, 2, 4, 8… secondo una specie di assolutamente arbitraria stringa di Fibonacci). Le risorse alimentari invece crescono in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4…). Prevede quindi carestie e miseria se la società non controlla le nascite, o se non interviene la mortalità naturale o altro.
È questo “altro” che ha ispirato e ancora ispira “ingegneri sociali” di ogni sorta, con dottrine a volte ben oltre il… sociopatico.
Ora, prima di proseguire una riflessione, anzi due:
- pur con tutti i limiti intrinseci pratico-teorici palesi al primo sguardo, come si diceva queste teorie tennero banco per oltre un secolo, divenendo “la regola”;
- nonostante siano per l’appunto lacunose, in certi casi errate, quasi sempre superate (e come nel caso di Malthus, decisamente pericolose), bisogna ammettere come ancora oggi fondino parecchi “miti economici”. Non più reali di Polifemo o del Canto delle Sirene dell’Odissea, per parte loro, eppure spacciati per dogmi ed oro colato ai quali in tanti, troppi ancora credono.
Il declino e l’eredità
Sarà in ogni caso nel tardo XIX secolo che la scuola classica entra per davvero in crisi. La teoria del valore-lavoro mostra i suoi limiti. Arriva la rivoluzione marginalista, che sposta l’attenzione sull’utilità marginale dei beni per i consumatori. Nasce così l’economia neoclassica (calmi, ne parleremo), mentre all’orizzonte ci sono già Marx e soprattutto Keynes (del quale abbiamo già detto, e presto diremo ancora), e poi gli austriaci… etc etc.
Nonostante il tramonto, tuttavia (come si diceva), i cosiddetti classici restano vitali e alcune delle loro teorie – per quanto superate dai fatti – trovano ancora dei sostenitori e relative applicazioni. Parliamo del mito del libero scambio (teorico), delle follie dei malthusiani, della critica ai monopoli (nell’epoca degli oligopoli) e della vera e propria leggenda della crescita economica infinita quale prodotto di un dio-mercato ancora considerato come un sistema autonomo, retto da leggi naturali e capace di autoregolarsi ad libitum.
Sì certo, come no…
…Ma questa è un’altra storia.
Anzi, tante come avete visto, che sarà nostra cura raccontarvi nei prossimi articoli…

Andrea Aromatico è podcaster e conduttore dei format di Vision SCF: The International, dedicato alla storia economica e alla geopolitica, e Fuori Copione, il podcast con imprenditori e professionisti che conduce insieme a Federico Marcon.

