Alla voce neoliberismo va ascritta una delle correnti di pensiero economico e politico più influenti della storia moderna.
A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, questa dottrina non si è limitata soltanto a ridefinire le regole del mercato, ma ha trasformato radicalmente il rapporto tra lo Stato, i cittadini e l’economia globale.
Per comprendere la complessità del mondo contemporaneo è perciò fondamentale analizzare che cos’è stato il neoliberismo, da quali presupposti teorici nacque, come si è affermato storicamente e quali sono le principali critiche che ne mettono oggi in discussione per la sua lenta e inesorabile trasformazione in quel vero e proprio mostro detto crony capitalism, diretta nemesi di qual si voglia idea di libertà in economia come in ogni altro aspetto della vita sociale.
Ma questa è un’altra storia di cui diremo altrove, soffermandoci per ora sul neoliberismo in quanto tale, chiamando in causa il tempo e le ragioni che ne videro genesi e sviluppo.
Le origini e il contesto storico
Parigi, 1938: un gruppo di economisti e filosofi si riunisce per salvare i principi del liberalismo classico dalla crisi del 1929 e dai totalitarismi, tutti di stampo assolutamente iper statalista e liberticida, a prescindere dal colore politico che li fondava (dalla Germania di Hitler alla Russia di Stalin passando per l’Italia fascista e la Cina Maoista etc etc.).
Il grande evento, prenderà poi il nome di Colloquio Walter Lippmann, dato che il tema centrale di quei giorni di fine agosto sarà proprio il dibattito attorno all’ultima, grande fatica letteraria (divenuta nel frattempo best seller) del giornalista storico/economico Walter Lippman dal titolo The good society.
Organizzato e promosso dal filosofo francese Louis Rougier, il Colloquio vedrà fra i suoi più illustri relatori personaggi del calibro di:
– Friedrich Hayek e Ludwig von Mises, esponenti della Scuola Austriaca;
– Raymond Aron, filosofo e sociologo francese;
– lo stesso Lippman, quale ovviamente figura cardinale, oltre a quell’Alexander Rüstow cui si deve l’invenzione dello stesso termine “neoliberismo”.
Neo, perché concepito come assoluta renovatio del pensiero economico classico e neoclassico; liberismo, poiché tendente a ribadire in ogni modo il primato dell’uomo attivo coi suoi sogni e desideri, rispetto all’idea (per loro astratta) di società in quanto tale. Che alla fine (a loro dire) doveva essere concepita solo e soltanto come mera, teorica fusione spontanea dei singoli individui.
Dietro la sua genesi e dalla sua genesi, stanno e prendono origine alcuni fatti centrali dal punto di vista storico, che non possono non essere analizzati uno per uno se vuol sperare di capire…
Crisi del Liberalismo Classico: il crollo di Wall Street e la relativa Grande Depressione (ne abbiamo parlato spesso) avevano rivelato come – al di là delle migliori intenzioni di Smith & soci, e di tutto il loro positivismo illuminista – il mercato non si regola da solo, anzi. Né tanto meno è capace da solo di riprendersi quando la caduta è… epocale!
La risposta sarà: 1) in alcune parti del mondo il socialismo in vari gradi, con una dottrina in ogni caso sempre e solo statalista (il nazismo stesso, era Nazional Socialismo, è utile ricordarlo); 2) mentre nel mondo anglosassone (cioè, nel mondo che contava per davvero all’epoca) la teoresi di Keynes e il New deal a stelle e strisce.
Nascita della Società del Mont Pèlerin: è quindi per dar seguito alle teorie neo liberali (di netta opposizione ad ogni idea di socialismo) che nel 1947 Hayek fonda questa associazione per contrastare tutti i residuali di collettivismo statalista pratico e teorico, includendo nella lista (a torto) anche il keynesismo in ogni sua forma e possibile declinazione.
Milton Friedman e la Scuola di Chicago: successivamente, il baricentro del pensiero neoliberista si spostò negli Stati Uniti, presso l’Università di Chicago. Dove Milton Friedman propose e sistematizzò:
1) la riduzione drastica delle tasse;
2) la fine della regolamentazione dei prezzi e dei salari;
3) e infine l’affidamento totale delle dinamiche economiche alle mere forze della domanda e dell’offerta.
L’ascesa politica: la svolta degli anni Ottanta
Fino agli anni ’70, le tesi neoliberiste rimasero tuttavia ai margini del dibattito politico reale. La svolta decisiva avvenne solo con la crisi della “stagflazione” (la contemporanea presenza di stagnazione economica e alta inflazione) causata dagli shock petroliferi del 1973 e del 1979. Lì, le ricette keynesiane tradizionali sembravano non funzionare più.
Questo vuoto politico e teorico fu colmato dalle idee della Scuola di Chicago, che trovarono applicazione pratica in due leader politici occidentali:
Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979-1990): che con lo slogan “There is no alternative” (Non ci sono alternative), avviò una dura campagna di privatizzazioni delle industrie statali (carbone, telecomunicazioni, trasporti), riducendo il potere dei sindacati e tagliando la spesa sociale.
Ronald Reagan negli Stati Uniti (1981-1989): la cui politica economica (Reaganomics) si basò su massicci tagli fiscali per le imprese e i ceti più abbienti, sulla deregolamentazione del settore finanziario e sulla riduzione del budget per i programmi di assistenza pubblica.
Funzionò? In parte assolutamente sì, anche se fu proprio allora che si gettavano i semi di tutti i problemi prossimi venturi…
I Principi Fondamentali
Il pensiero neoliberista infatti, si basava su un insieme chiaro di dogmi economici volti a liberare le forze del mercato da ogni vincolo statale.
Come vedremo, sarà proprio dalla questa stessa natura dogmatica che scaturiranno problemi e discrasie a ciclo continuo. Ma stiamo divagando…
Tali “dogmi” possono essere sintetizzati in alcune “parole d’ordine” (in inglese avremmo detto passwords) che di seguito riportiamo:
Deregolamentazione: da intendersi quale rimozione delle leggi che limitano le attività delle imprese e dei mercati finanziari. Come ci si è scordati in fretta dei “casini” del ’29, vero?
Privatizzazione: quale enorme processo di vendita di aziende e servizi pubblici (tipo: trasporti, sanità ed energia) a soggetti privati, che spesso altro non son state che vere e proprie liquidazioni low cost, tutte eseguite in pieno regime di crony capitalism. …Alla faccia del “meno Stato”!
Austerità: fatta di tagli lineari alla spesa pubblica, in particolare al welfare state, per ridurre il debito e abbassare le tasse. Sì certo, si è visto poi come dopo stagioni tagli su tagli si sono ridotti DEBITO e TASSE…
Libero Scambio: abbattimento delle barriere doganali e promozione della globalizzazione economica. Che in teoria avrebbe dovuto portare ad un price competition fra aziende, a tutto vantaggio dei consumatori. Cosa che poi, in realtà, si è tradotta nella delocalizzazione/triangolazione del lavoro-fiscalità, garantendo utili monster per le big corporate (e zero tasse in Patria), salary competition per i lavori (e non calo dei prezzi) e tanto, tanto malessere e precarietà per le classi anagraficamente più svantaggiate.
Non sono giudizi di valore questi, ma fatti sotto gli occhi di tutti. E scendere nei dettagli, ci aiuta a capire tante cose, a partire dalla stessa idea di Stato che avevano ed hanno PER DAVVERO e dall’inizio i cosiddetti neoliberisti. Ah, averlo capito… subito!?
Il Ruolo dello Stato nel Neoliberismo
Perché i neoliberisti sono quelli che avrebbero voluto zero stato o stato minimo, giusto? …“Ni”.
Anzi, direi proprio di no. Infatti, contrariamente a quanto si pensa, il neoliberismo non voleva la totale assenza dello Stato, ma si proponeva di ridefinirne i compiti in pura funzione mercatista. Quindi, almeno sulle prime (poi, spinti da avidità e tendenze monopolistiche cambieranno idea anche su quello), parleranno di uno Stato che avrebbe dovuto essere forte abbastanza per poter intervenire in tutte le attività atte a creare e proteggere i mercati. Anzi, Il Mercato, ancora riconcepito come una sorta di divinità assiro-babilonese in grado di rigenerarsi all’infinito.
Ecco quelli che erano al riguardo i capisaldi ideologici, così come emersero a Parigi nel ’38…:
Garanzia della concorrenza: lo Stato è quell’entità cui va il compito d’impedire che si creino monopoli privati assicurando che la concorrenza resti libera.
Sì, come no…
Tutela della proprietà: le leggi che produce, devono difendere i contratti e la proprietà privata a ogni costo.
(Anche a costo di espropriare i terreni in caso di joint venture privato-pubblico tipo TAV o altre grandi opere?).
Neutralità monetaria: suo poi il ruolo di controllo (molto teorico) dell’inflazione quale priorità assoluta tramite le banche centrali, spesso rese indipendenti dal potere politico.
Come è andata invece poi a finire? Semplice: con le stesse Banche Centrali che – cresciute a dismisura per potere e contrattualità – sono divenute loro il vero condizionatore e conduttore della politica. In una fenomenologia infine che, dopo la creazione dei grandi fondi collettori dei mega patrimoni (a loro volta collegati alle banche centrali, delle quali sono loro stessi spesso i proprietari), porterà al paradosso “illibertario” di una vera e propria inversione dei poli. Ovvero, al volto 2.0 del neoliberismo così come oggi appare, e alla sua propria idea di politica e quindi di Stato. Parliamo di una politica e di uno Stato quali “utili idioti” al servizio dei mega capitali, per divenire forte coi deboli (il popolo, da tenere sotto controllo con un’illusione di democrazia) e debole coi forti. LORO: i riscossori netti del neoliberismo. Ovvero uno Stato al diretto servizio del potere economico finanziario costituito, tanto da trasformare l’ultima versione del neoliberismo nell’esatto contrario di quella originaria, facendolo assomigliare ad una sorta di neo oligopolismo autoreferenziale, concepito come un sistema chiuso di caste e “baronie” plutocratiche.
Critiche e Impatto Sociale
Dal punto di vista della critica e della teoria, infatti, il neoliberismo è accusato (con tutte le ragioni del mondo) di aver aumentato le disuguaglianze economiche e di aver precarizzato il lavoro.
Disuguaglianze: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è cresciuta drasticamente negli ultimi quarant’anni. Simmetricamente al numero dei poveri. Assoluti, e relativi (poor workers, ovvero quelli che lavorano, ma quello che guadagnano è insufficiente ad un sostentamento dignitoso).
Crisi Finanziaria: la deregolamentazione dei mercati globali ha favorito bolle speculative, culminate nella crisi del 2008. Un vero e proprio cataclisma economico-finanziario (ne diremo in analitica in un altro pezzo, tranquilli).
Mercificazione: la logica del profitto è stata estesa a settori chiave come la salute e l’istruzione, riducendone l’accesso universale e peggiorando in maniera drastica il livello dei servizi: dalla sanità alla cultura.
Conclusioni: siamo all’alba di un mondo post-neoliberista?
Oggi il termine “neoliberismo” viene spesso usato con una forte connotazione negativa dai suoi detrattori, mentre anche i suoi sostenitori glissano preferendo parlare semplicemente di economia di mercato o liberalismo economico.
Tuttavia, gli eventi degli ultimi anni – dalle risposte statali alla pandemia alla necessità di ingenti investimenti pubblici per la transizione ecologica, sino alla ruggente concorrenza di economie viceversa fortemente statalizzate e pianificate come quella della Cina (e non solo) – suggeriscono che la stagione del neoliberismo ortodosso stia ormai lasciando spazio a un ritorno di politiche industriali statali e neo keynesiane.
Vedremo. Nel frattempo, restano sul piatto i grandi quesiti non solo del XXI secolo, ma della stessa economia da quanto si è costituita quale macro disciplina tecnico-umanistica: come bilanciare l’efficienza del mercato con la giustizia sociale e la tutela dell’ambiente?
Altri temi “giusti giusti” per approfonditi pezzi ed interventi…

Andrea Aromatico è podcaster e conduttore dei format di Vision SCF: The International, dedicato alla storia economica e alla geopolitica, e Fuori Copione, il podcast con imprenditori e professionisti che conduce insieme a Federico Marcon.

