Come e perché ORO e ARGENTO divennero i pilastri dell’economia globale grazie alla capacità di unire caratteristiche chimiche uniche a una rarità ideale, risolvendo per sempre i (terribili) limiti del baratto.

Per millenni l’umanità provò a cercare mezzi universali capaci di misurare il valore delle varie merci e facilitare così gli scambi. Prima dell’avvento dei bit digitali e delle banconote moderne, dopo secoli di tentativi fra perline, pietre, pacchi di sale etc. la scelta cadde praticamente ovunque su quelli che così divennero i metalli preziosi. La transizione non fu a caso e non avvenne per opera di leggi o di decreti di questo o quel sovrano, quanto piuttosto tramite un processo di “evoluzione e selezione naturale” interno alle stesse dinamiche economiche durato secoli. Guidato da un lato dalle necessità pratiche dei mercanti e dall’altro dalle proprietà fisiche delle materie qui prese in esame.

L’insostenibile limite del baratto

È stranoto che nelle società primitive, tutta l’“economia” si basava sul semplice baratto. Ovvero, scambiando beni di cui si disponeva in eccesso con altri di cui si aveva invece bisogno. Questo sistema, pur essendo diretto, intuitivo, presentava tre ostacoli insormontabili che de facto impedivano la nascita di un mercato su larga scala (ovvero, di un’economia propriamente detta).

  1. Or bene, il primo limite va individuato in quella che possiamo definire la doppia coincidenza dei bisogni. Il meccanismo è semplice: per realizzare uno scambio, era necessario trovare qualcuno che avesse esattamente ciò che si desiderava e quando lo si desiderava, il quale nel frattempo avesse pure sincronica necessità di quello che si offriva. Per capirci: se io allevatore di pecore avessi avuto bisogno di farro oppure nespole, dovevo trovare un agricoltore che non solo avesse del farro e delle nespole in più, ma che in quel preciso momento avesse lui bisogno proprio di un agnello o di una delle mie pecore.
  2. Il secondo limite riguardava poi la mancanza di un’unità di conto universale. Senza un parametro comune di valutazione, infatti, ogni bene doveva essere quotato in termini di qualsiasi altro bene al momento, con variazioni ai limiti del folle in base al tempo e al luogo. Per capirci: quante mele potevano valere un bue? Oppure, quante stoffe servivano per un sacco di sale? A maggio, con scarsità di mele fisiologica per via della stagionalità, il valore del bue cambiava perché cambiava per rarefazione il valore delle mele. Viceversa, in periodo congruo alla raccolta delle mele, magari con scarsità di carne, ecco che cambiava tutto un’altra volta. Così come cambiava il valore dello stesso sale se in località vicino al mare, e altrettanto quello delle stoffe in estate oppure inverno. Insomma, eravamo in piena imponderabilità valoriale di qual si voglia bene e merce, cosa che portava a far sì che ogni calcolo matematico potesse trasformarsi in un istante in un incubo logistico-valoriale per qualsiasi “aspirante mercante” (mi figuro le liti ai limiti della rissa…).
  3. Infine, esisteva il problema della deperibilità e della divisibilità. Molti dei beni usati pur come moneta primitiva (tipo il grano, il bestiame o il pesce essiccato) in ogni caso si guastavano rapidamente o richiedevano costi di mantenimento spropositati, dato che pur a livello volumetrico, erano tutti assai ingombranti (oltre che facilmente deperibili). Per di più, parecchi di questi non potevano in alcun modo essere divisi per effettuare piccoli acquisti senza distruggerne il valore complessivo. Esempio: avevo bisogno di 10 mele e in cambio avevo da dare una mucca tutta intera, quando e dove il valore di una mucca era di 1000 mele come minimo. Idem, il padrone delle mele aveva bisogno solo di mezzo coscio di mucca. Domanda: poteva aver senso macellare una mucca per 10 mele, cedendo il mezzo coscio e buttando tutto il resto? No, e quindi io restavo senza mele, e l’altro senza carne.

E tutti vivevano infelici e scontenti… è chiaro o no?!

La tavola periodica e la selezione naturale degli elementi

Per superare questi limiti, l’essere umano cercò praticamente da sempre diversi materiali di scambio dal valore simbolico, ma fisso: conchiglie, sale, pietre dure e persino piume (vedi articolo ad hoc su questo stesso magazine). Tuttavia, nessuno di questi elementi si dimostrò efficiente nel lungo periodo a livello tecnico-logistico. La risposta definitiva arrivò invece da quelle che poi avremmo chiamate chimica e tavola periodica degli elementi (anche quando ancora nessuno sapeva chi fosse Mendeleev, e a tener banco come “scienziati” erano al massimo gli alchimisti).

Se infatti si analizzano i 118 elementi conosciuti, si comprende facilmente perché proprio l’oro e l’argento fossero gli unici candidati realistici per l’economia:

  • I gas e i liquidi (come l’ossigeno, l’azoto o il mercurio) non potevano essere considerati a priori perché impossibili da tascare o da scambiare in modo pratico.
  • I metalli reattivi o alcalini (come il sodio o il potassio) sono per natura instabili: esplodono o prendono fuoco a contatto con l’acqua. E non da oggi.
  • I metalli comuni (come il ferro, il piombo o il rame) tendono a corrodersi o ad arrugginirsi rapidamente nel tempo. Inoltre, sono troppo abbondanti per rappresentare grandi valori in piccoli spazi/quantità: se il ferro fosse mai stato infatti una moneta, ognuno scavando nel proprio giardino si sarebbe potuto arricchire nello short term, distruggendo tuttavia il valore intrinseco della valuta attraverso l’iperinflazione conseguente.
  • I metalli radioattivi o tossici (come l’uranio o l’arsenico), pure essendo rari, sono di difficile estrazione e impossibili da maneggiare, dato che avrebbero ucciso i commercianti nel giro di pochi mesi.
  • I metalli troppo rari (come il platino o il palladio) sono per l’appunto TROPPO rari, e richiedono per di più temperature di fusione talmente elevate che le tecnologie antiche non potevano lavorarli.

Quindi, restavano a disposizione solo l’oro e l’argento. Il perché, è semplice: erano abbastanza rari da mantenere un alto potere d’acquisto in piccoli volumi, ma sufficientemente diffusi da permettere la creazione di un sistema monetario circolante, e per di più manipolabili grazie a una scienza metallurgica assolutamente basica e a basso dispendio d’energia come quella posta in essere nei laboratori alchemici e spagirici.

Ecco perciò spiegato… l’arcano!

Le cinque proprietà fondamentali dei metalli preziosi

Approfondendo, col famoso “senno di poi” vediamo come una moneta ideale per essere tale deve poter assolvere a tre funzioni economiche di base. Ossia, inverarsi quale: 1) mezzo di scambio di valore; 2) unità di conto; 3) e infine quale riserva di valore nel tempo. L’oro e l’argento possiedono da sempre e poi sempre cinque caratteristiche chimico-fisiche che rispondevano perfettamente a queste esigenze.

Incorruttibilità: l’oro non si ossida, non si consuma e non reagisce quasi con nessun agente chimico. Una moneta d’oro sepolta nel fango per duemila anni riemerge oggi con la stessa lucentezza e lo stesso peso originari. Questa stabilità chimica garantisce la funzione di riserva di valore transgenerazionale e meta temporale.

Divisibilità e fusibilità: entrambi i metalli possono essere fusi e divisi in frazioni piccolissime senza perdere il loro valore intrinseco. Dieci pezzi d’oro da un grammo valgono esattamente quanto un unico lingotto da dieci grammi. Lo stesso non si può dire di un diamante, che se tagliato perde gran parte del suo valore di mercato.

Omogeneità: l’oro è oro, ovunque venga estratto. Un grammo di oro puro trovato in Africa ha le stesse identiche proprietà fisiche di un grammo di oro estratto in Asia. Questo azzera le dispute sulla qualità del materiale durante le transazioni commerciali.

Valore intrinseco e scarsità: poiché l’estrazione richiede tempo, fatica ed energia, l’offerta di oro cresce a un ritmo lento e prevedibile (storicamente intorno all’1-2% all’anno). Nessun re o imperatore poteva stampare oro dal nulla per finanziare le proprie guerre, proteggendo così i cittadini dalla svalutazione monetaria.

Facilità di trasporto: avendo un’altissima densità di valore per unità di peso, consentivano ai mercanti di viaggiare su lunghe distanze trasportando grandi ricchezze in un semplice sacchetto di cuoio, riducendo i costi logistici del commercio internazionale.

Anche se il cammino che avrebbe portato alle monete, non avvenne dalla sera alla mattina, anzi…

Dalla nascita della moneta coniata al sistema bimetallico

Inizialmente, infatti, l’oro e l’argento venivano scambiati sotto forma di pepite o di lingotti grezzi. Cioè, tali e quali o come frutto di minimali lavorazioni.

Ogni transazione richiedeva quindi una bilancia di precisione per verificare il peso e una pietra di paragone per testare la purezza del metallo, rallentando le operazioni di mercato.

La vera rivoluzione economica avvenne nel VII secolo a.C. nel Regno di Lidia (nell’attuale Turchia), quando il re Creso intuì che – proprio per velocizzare gli scambi – l’autorità politica doveva essere per forza lei a garantire la qualità del metallo. Nacquero così le prime monete coniate in elettro (una lega naturale di oro e argento), marchiate con il sigillo reale che ne certificava peso e purezza stabilendo anche la prima, grande operazione fiduciaria a livello planetario!

L’uso della moneta si diffuse di lì rapidamente in Grecia e dunque nell’Impero Romano, dove si consolidò un efficiente sistema bimetallico. L’oro, data la sua estrema rarità, veniva utilizzato per le grandi transazioni commerciali, i commerci internazionali e le paghe delle legioni. L’argento, più abbondante (con un rapporto di valore storico che oscillava tra 1:10 e 1:15 rispetto all’oro), di par suo divenne la moneta del quotidiano, utilizzata per pagare i salari, fare la spesa al mercato e sostenere la microeconomia locale.

L’eredità storica e il Gold Standard

Di lì in poi, fra varie vicissitudini e crisi e riforme, il legame tra economia e metalli preziosi ha resistito per millenni, superando la caduta degli imperi e guidando l’espansione dei commerci rinascimentali e coloniali. Anche quando le prime banconote di carta fecero la loro comparsa in Europa e in Cina, esse altro non erano che meri certificati di deposito afferenti ai metalli preziosi. Ossia pezzi di carta che garantivano al portatore il diritto di ritirare una quantità equivalente di oro o argento custodita nei forzieri delle banche.

Questo meccanismo ha trovato la sua massima espressione nell’Ottocento con il Gold Standard (il sistema aureo), un regime monetario in cui la valuta di ogni nazione era direttamente convertibile in una quantità fissa d’oro. Sistema che per decenni ha garantito una stabilità dei prezzi e una crescita del commercio internazionale senza precedenti, terminando definitivamente solo nel 1971, quando gli Stati Uniti abolirono la convertibilità del dollaro in oro, inaugurando l’era della moneta fiat contemporanea (ne parleremo a tempo e luogo).

Per concludere, nonostante le valute globali ormai siano interamente digitali e cartacee, l’oro e l’argento non hanno perso la loro attrattiva economica, anzi. Non a caso privati così come le banche centrali di tutto il mondo continuano a custodire piccole o enormi riserve auree nei propri caveau come protezione contro le crisi geopolitiche e l’inflazione, a dimostrazione del fatto che la scelta compiuta dai nostri antenati poggiava su solide basi fisiche ed economiche ancora attuali.

E chissà poi per quanto ancora…

Andrea Aromatico