Dalle pietre alle conchiglie, dal sale all’oro alle cripto: la “pazza storia” di come abbiamo inventato i soldi

Dallo “strano caso” delle enormi pietre Rai dell’isola di Yap (usate come moneta inamovibile) alle cripto, un volo d’uccello sulla storia del denaro per far capire che la moneta virtuale non è un’invenzione moderna, quanto la sua stessa natura.

La carta, canta?

Se estraete una banconota dal portafoglio e la osservate con attenzione, vi renderete conto di un fatto bizzarro: state guardando un pezzo di carta colorato, privo di qualsiasi utilità pratica intrinseca. Non potete mangiarlo, non vi ripara dal freddo e non potete usarlo come strumento agricolo. Eppure, per quel pezzo di carta, le persone passano la vita a lavorare, pianificano il futuro e combattono guerre. Lo stesso succede con una Visa o una Mastercard, o con una stringa di cifre scritte in un display. Tutto questo perché la storia del denaro non è la storia di un oggetto fisico, ma la storia di una straordinaria “allucinazione collettiva”, basata su un patto sociale immateriale fondato su un’unica, potentissima risorsa tipicamente umana: la fiducia reciproca.

In principio

Nelle società primitive, prima dell’invenzione della moneta, l’economia si basava sul baratto. Se un cacciatore aveva della carne in eccesso e desiderava delle scarpe di pelle, doveva trovare un calzolaio che avesse non solo le scarpe della misura giusta, ma anche il contemporaneo desiderio di mangiare carne. Gli economisti chiamano questo fenomeno “coincidenza dei bisogni”. Si tratta di un sistema incredibilmente inefficiente sul piano macro, che rallenta gli scambi e limita la specializzazione del lavoro. Per superare l’ostacolo, le comunità umane iniziarono a identificare beni intermedi che tutti desideravano e che potevano essere scambiati facilmente.

Nacquero così le prime forme di moneta-merce. In Africa e in Asia si usavano le conchiglie di ciprea; nell’antico Impero Romano i soldati venivano pagati anche con razioni di sale (da cui deriva il termine moderno “salario”), prezioso per condire e conservare i cibi. Emblematico fra tutti poi il caso delle pietre Rai dell’isola di Yap (Micronesia): giganteschi dischi di calcare a forma di ciambella che venivano utilizzati come valuta tradizionale. Estratte nelle cave di Palau e trasportate a Yap su zattere, le pietre non venivano più spostate dopo le transazioni; la proprietà veniva semplicemente trasferita oralmente in base alla loro storia e al loro valore sociale. In ogni caso – conchiglie, sacchetti di sale, dischi di pietra – tutti questi oggetti funzionavano perché la comunità riconosceva loro un valore stabile.

L’evoluzione successiva – in tutta l’Eurasia sino al “favoloso Catai” (attuale Cina) – portò all’adozione dei metalli preziosi, come l’oro e l’argento. Essi presentavano vantaggi evidenti: erano durevoli, divisibili in piccole parti, scarsi in natura e non deperibili. Con il conio delle prime monete metalliche in Lidia nel VII secolo a.C., il commercio internazionale conobbe un’espansione senza precedenti.

Verso la moneta immateriale

Il passaggio cruciale verso l’immaterialità del denaro avvenne però nel Medioevo, grazie ai banchieri italiani. Viaggiare con sacchi pieni d’oro era estremamente pericoloso a causa dei briganti (oltre che scomodo). I mercanti iniziarono quindi a depositare il proprio oro presso un banchiere a Firenze o a Venezia, ricevendo in cambio una ricevuta cartacea detta “lettera di cambio”. Quando dovevano acquistare merci in un’altra città, ad esempio nelle Fiandre, i mercanti non pagavano più in metallo fisico, ma trasferivano quel pezzo di carta. L’acquirente accettava la carta perché sapeva che, presentandola alla filiale locale della banca, avrebbe potuto riscuotere l’oro corrispondente.

Era quindi nata la cartamoneta? …Quasi. Anche se è meglio definire il fenomeno di allora un mix fra cartamoneta e assegno circolare, con l’oro fisicamente posseduto quale sistema di garanzia fiduciaria.

Sistema che poi fu assolutamente riprodotto con lo stampaggio e l’emissione di banconote dai nascenti stati nazionali e dalle loro Banche Centrali, per secoli basato sulla leggendaria parità aurea.

Dopo l’oro

Oggi quel legame con l’oro si è spezzato definitivamente. Fino al 1971, i cittadini potevano teoricamente cambiare i propri dollari (e marchi, lire, franchi ecc.) in oro presso le banche centrali e in generale in ogni istituto di credito con regolare concessione operativa, esistendo una fattiva corrispondenza (al netto di micro oscillazioni valutarie) fra moneta emessa e oro fisicamente depositato nei caveau. Con la fine del sistema di Bretton Woods, il denaro è diventato interamente “fiat”, una parola latina (verbo) che significa “sia fatto”, a indicare che la moneta ha valore solo perché lo stabilisce un decreto dello Stato e perché i cittadini credono in quell’autorità.

Cioè, denaro stampabile a getto continuo perché… sì!

Ora, il culmine teorico di questa smaterializzazione è oggigiorno rappresentato dalle cosiddette criptovalute. Bitcoin e le altre valute digitali, infatti, hanno eliminato persino lo Stato dal quadro, affidando la fiducia non più a un governo o a una banca centrale, ma a un algoritmo matematico crittografato e condiviso. Dalle conchiglie raccolte sulle spiagge dell’Oceano Indiano ai bit invisibili che viaggiano su server decentralizzati, tuttavia, la sostanza non è mai cambiata: il denaro funziona solo finché tutti noi decidiamo di credere, insieme, alla stessa identica “storia”.

Continuando fattivamente a fidarci gli uni degli altri come esseri umani legati tutti a un unico, grande destino.

Conclusioni…

Siamo partiti da conchiglie, sale, pietroni e metalli pesanti per dare un valore tangibile al nostro lavoro. Oggi il denaro è sempre più smaterializzato, ridotto a stringhe di codice e impulsi elettromagnetici. Paradossalmente, non abbiamo mai usato strumenti così immateriali, eppure non abbiamo mai avuto un sistema di scambio così globale, ricco e interconnesso. Il denaro non è più un oggetto: è diventato pura informazione.

Se c’è una lezione che la storia ci insegna, quindi, è che il denaro ha sempre seguito l’evoluzione della società e viceversa, fornendo all’uomo modi sempre migliori per fidarsi del prossimo. Come scrisse lo storico Yuval Noah Harari, infatti: «Il denaro è la forma più universale di fiducia reciproca mai creata».

No, non è un azzardo, ma una frase pronunciata da chi conosce fatti ed eventi che affondano le loro radici in vicende che mescolano storia e mito, sacro e profano, per farsi quasi leggenda.

Si sappia quindi che in età romana “moneta” (da cui money) era il nome dato alla zecca, che durante la Repubblica (509 a.C. – 27 a.C.) era situata nel tempio o nei pressi del tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio. Ma perché Giunone era detta Moneta? La tradizione antica vuole che l’epiteto “Moneta” dato alla divinità derivi dal verbo monēre (avvertire, ammonire), per ricordare un evento del 390 a.C., quando durante l’assedio di Roma da parte dei Galli di Brenno le oche sacre alla dea con il loro starnazzare avvertirono i Romani del tentativo di assalto al Campidoglio, che così venne sventato. Sul colle in quel periodo non doveva esserci ancora un vero e proprio tempio, ma sicuramente esisteva già un luogo di culto dedicato alla dea, composto forse da un recinto sacro contenente un altare e un laghetto per le oche. E quando nel 344-343 a.C. fu decretata la costruzione di un tempio dedicato alla dea “ammonitrice”, il termine moneta per estensione passò a indicare anche gli oggetti realizzati nella vicina zecca, già operativa.

Fu così che “quegli oggetti” prodotti dalla zecca sul colle sacro divennero le… monete!

Andrea Aromatico