Avverrà su suolo italiano, trainata dal Fiorino di Firenze e dal Ducato di Venezia, coniati rispettivamente nel 1252 e nel 1284. Di cosa parliamo? Ma della rinascita dell’oro nell’Europa del XIII secolo, ovviamente. Fenomeno cardinale per la storia economica planetaria, capace di segnare da un lato l’inizio della fine del monometallismo argenteo carolingio. E dall’altro la nascita del sistema finanziario moderno.
Per oltre quattro secoli, infatti, l’Occidente medievale aveva fatto affidamento quasi esclusivamente sul piccolo denaro d’argento, una moneta adatta sì ai mercati locali e rurali (era nata esattamente per quello), ma di contro del tutto inadeguata a sostenere l’esplosione dei commerci internazionali sancita innanzitutto dall’ascesa delle cosiddette Repubbliche Marinare, ovvero quelle città-stato italiane capaci per scienza e coscienza di rilanciare il commercio in tutta l’area del Mediterraneo, e oltre. Il ritorno della monetazione aurea, quindi, non fu solo un traguardo tecnologico o politico, ma una necessità economica assoluta dettata dalla rivoluzione commerciale instaurata dalle varie Pisa, Genova, Amalfi e Venezia che in breve trasformò i liberi comuni italiani nei banchieri ufficiali del mondo conosciuto.
Le cause economiche del ritorno all’oro
Verso la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, l’Europa – dopo anni di stagnazione e ruralizzazione dell’impianto economico – si trovò a vivere una fase di straordinaria espansione demografica, urbanistica e commerciale. Le rotte di scambio, piano piano, stabilizzati i rapporti con la Mezza Luna e implementata la capacità di tornare ad armare flotte e relativi eserciti di supporto, pian piano vennero a estendersi dalle Fiandre fino al Mar Nero; con le grandi fiere della Champagne capaci di diventare il cuore pulsante dei mercati continentali. Or bene, fu esattamente in questo contesto di forte crescita che il vecchio sistema monetario introdotto da Carlo Magno – funzionalissimo di par suo per la micro economia tipica dell’Alto Medioevo – iniziò a mostrare tutti i suoi limiti strutturali insanabili, poiché connaturati.
A questi, venne a sommarsi un problema contingente, ma non meno cruciale: lo svilimento valoriale dello stesso denaro d’argento in quanto tale, poiché meno… d’argento! Nel corso dei secoli, infatti, era capitato che i vari sovrani e signori locali – sempre alle prese con costose guerre e deficit di bilancio – avessero progressivamente ridotto la quantità di metallo prezioso all’interno delle monete, sostituendolo con il rame. Il denaro così, nato con il suo peso standard di 1,7 grammi sotto Carlo Magno, si era ridotto in molte città a una frazione di grammo di argento, e tra l’altro di scarsa qualità.
Per i grandi mercanti italiani che acquistavano seta in Oriente o lana grezza in Inghilterra, condurre transazioni con monete così svalutate era diventato un incubo logistico, oltre che fonte di immani quanto rischiose dispute.
Immaginatevi la scena: per saldare pagamenti di migliaia di lire, ti erano necessari carri interi colmi di sacchi di monete di rame e argento, con enormi costi di trasporto e rischi continui di rapine lungo le strade continentali. Ti ci vedi poi che so, a Bagdad così come al Cairo o in qualche landa del Katai, a disputare con un venditore locale certo che tu lo voglia fregare coi tuoi soldini dal valore incerto, circondato da decine dei suoi sgherri armati fino ai denti?
Era chiaro, perciò, che l’Europa necessitasse disperatamente di una valuta ad altissima densità di valore, stabile, e perciò universalmente accettata e non soggetta alle manipolazioni dei piccoli potentati locali.
Veri game changer al riguardo, da una parte le crociate – occasione non solo di guerra, ma di contatti ed apertura –; e dall’altra l’intensificarsi dei rapporti commerciali con l’Impero Bizantino e i califfati islamici pur di tipo esclusivamente B2B. Furono in ogni caso questi i fattori che misero i mercanti italiani a contatto con economie fiorenti (quindi dotate di surplus commerciale) e che per questo non avevano mai abbandonato l’oro (rispettivamente il Bisante e il Dinar).
All’inizio fu necessario dar fondo alle riserve e ingegnarsi, ma in breve grazie a una bilancia commerciale arrivata presto in fortissimo attivo, città italiane come Genova, Pisa e Venezia iniziarono ad accumulare ingenti quantità di oro straniero, creando perciò le premesse materiali per una produzione monetaria autonoma in grado di servire le esigenze di un’economia che fra esterni e interni, stava assistendo a una vera esplosione dei mercati.
Il 1252: Firenze lancia il suo Fiorino d’oro
“Chi siete? […] Cosa portate? […] Sì, ma quanti siete? […] Un Fiorino!”
Chi non ricorda questa iconica scena tratta da “Non ci resta che piangere” con Benigni e Troisi?
Ora dimenticatela, ma non dimenticatevi di quello che il doganiere mezzo scemo chiedeva per poter passare; esatto, il fiorino.
Anche se il film è ambientato nel ’400 quasi ’500, la nascita della tipica moneta (evidentemente in uso anche a Frittole) datava 1252: quando cioè, il Comune di Firenze, all’apice della sua potenza manifatturiera e finanziaria, decise di rompere il tabù monetario europeo coniando proprio il Fiorino d’oro. Bisogna dire che si trovava in buona compagnia, dato che poco prima, nello stesso anno, anche Genova aveva tentato una mossa simile con il Genovino, anche se poi fu la moneta fiorentina a catturare l’immaginazione e i mercati dell’intera Europa.
D’altra parte, parliamo di un conio che era un capolavoro di stabilità e design propagandistico geopolitico:
- Caratteristiche fisiche: pesava esattamente 3,53 grammi ed era coniato in oro zecchino a 24 carati, ovvero con una purezza geometrica vicina al 100%.
- Iconografia: sul dritto della moneta campeggiava il giglio, simbolo araldico della città, accompagnato dalla scritta Florentia; sul rovescio era raffigurato San Giovanni Battista, patrono di Firenze.
La vera forza del Fiorino risiedeva nella sua intangibilità, ovvero, nel divieto più assoluto di poterne modificare peso, sostanza ed iconografia. Per oltre un secolo, infatti, il governo fiorentino mantenne rigorosamente inalterati il peso e la lega della moneta. Questa disciplina monetaria ferrea si tradusse in una fiducia cieca da parte dei mercanti di ogni nazione. Tanto da far sì che il Fiorino potesse divenire una specie di “dollaro del Medioevo”. Vale a dire una valuta di riserva internazionale con cui si potevano quotare i prezzi delle merci in qualsiasi fiera d’Europa o porto del Mediterraneo, indipendentemente dalle oscillazioni delle produzioni o dalle leggi di qualsivoglia re o sovrano locale.
E fu proprio grazie al Fiorino che le grandi compagnie commerciali fiorentine (come i Bardi, i Peruzzi e più tardi i Medici) poterono strutturare un sistema bancario internazionale basato sulle lettere di cambio, finendo poi per finanziare papi, imperatori e sovrani stranieri, come Edoardo III d’Inghilterra.
Il 1284: Venezia risponde con il Ducato
Se Firenze derivava gran parte della sua ricchezza dalla strutturale prossimità geografica con Pisa, Venezia non aveva bisogno di nessuno per proclamarsi la regina indiscussa dei commerci marittimi con l’Oriente.
Or bene, poteva quindi passare inosservata la mossa posta in essere dalla “gang toscana” alla Serenissima?
No, affatto, anche se la reazione avvenne poi per gradi.
Dapprima, in laguna si prese ad osservare con iniziale cautela il successo della rivale toscana, valutando tutti gli scenari. Messe a consuntivo infine tutte le operazioni pisano/fiorentine, reagire per Venezia divenne imperativo. E fu così che per proteggere la propria egemonia nei mercati levantini, nel 1284 il doge Giovanni Dandolo decretò il conio del Ducato d’oro (successivamente ribattezzato Zecchino, dal nome della Zecca di Venezia).
Quel che fecero, oggi scatenerebbe cause internazionali da miliardi di dollari per plagio e palese violazione delle leggi sul Copyright. I veneziani infatti non progettarono nulla. Semplicemente crearono il Ducato con una operazione “copia-e-incolla” per competere direttamente con il Fiorino, adottando lo stesso identico standard di peso (3,53 grammi) e la medesima purezza d’oro a 24 carati. Il tutto, con un’iconografia di riferimento anch’essa al pari del Fiorino fortemente intrisa di propaganda statale e religiosa, ma “col turbo” rispetto al conio toscano:
- Il Dritto: mostrava il Doge inginocchiato davanti a San Marco, l’evangelista protettore della città, che gli consegnava il vessillo ducale.
- Il Rovescio: presentava la figura di Gesù Cristo all’interno di una mandorla ovale costellata di stelle, circondata dall’iscrizione latina: “Sit tibi Christe datus quem tu regis iste ducatus” (Sia dato a te, o Cristo, questo ducato che tu governi), da cui derivò il nome stesso della moneta.
E fu così che mentre il Fiorino si trovò a dominare tutte le rotte commerciali terrestri dell’Europa centrale e occidentale, il Ducato di Venezia divenne per parte sua il re incontrastato delle rotte marittime dell’Europa orientale, dell’Egitto mamelucco, della Siria sino alle più remote colonie del Mar Nero. Come per il Fiorino a Ovest e sul continente, oltremare la sua reputazione divenne così solida che in molti mercati asiatici e mediorientali i commercianti locali rifiutavano qualsiasi altra moneta occidentale che non recasse l’immagine imperscrutabile del doge veneziano.
Nel nome di Gesù e di San Marco evangelista, naturalmente…
Gli impatti macroeconomici: il sistema plurimetallico
L’introduzione del Fiorino e del Ducato – nati per dimensioni macro – ovviamente non eliminarono le monete d’argento – nate per questioni micro – ma le affiancarono in una doppia dimensione local/global a supporto di ogni tipo di economia, portando così alla nascita e allo stabilizzarsi di un sofisticato sistema plurimetallico integrato, organizzato su tre livelli funzionali distinti:
- L’Oro (Fiorino/Ducato): d’identico valore, erano i coni utilizzati quasi esclusivamente per il commercio internazionale all’ingrosso, le transazioni bancarie di alto livello, l’acquisto di merci di lusso (spezie, seta, velluti) e il pagamento di riscatti intra stati o doti nobiliari.
- L’Argento Grosso: era il conio rappresentato da monete d’argento di alta qualità introdotte a inizio XIII secolo (come il Grosso veneziano o milanese), che venivano utilizzate per il commercio interregionale, il pagamento dei salari degli artigiani specializzati e le transazioni anche non strettamente locali di mercantili di medie dimensioni.
- L’Argento Piccolo (o Mistura): ovvero le vecchie monete carolinge svalutate, contenenti pochissimo argento e molto rame, che continuarono per lungo tempo a sorreggere e sostenere la microeconomia quotidiana ultra-local: comprare il pane, pagare il pedaggio di un ponte (già, un Fiorino come nel film sarebbe stato uno sproposito, ma non sottilizziamo…) o fare la carità fuori o dentro le chiese.
Questo sistema tripartito permise una flessibilità economica senza precedenti, ma introdusse anche una forte complessità finanziaria per un fatto immediatamente comprensibile: il cambio di valore relativo dei singoli metalli, sommato a quello tra gli stessi, sempre in oscillazione in base alla domanda e all’offerta dei metalli sul mercato. Per questo negli stessi anni una nuova figura professionale prese presto la scena fra i mercati e nelle piazze: il cambiavalute, specializzato nel calcolare i tassi di cambio giornalieri tra le diverse monete in circolazione (ma questa è un’altra storia…).
Conclusioni: l’eredità storica e la nascita del capitalismo
È fuor di dubbio che il ritorno all’oro nel XIII secolo fu un’esigenza per certo causata dal ravvivarsi sua sponte dei mercati. Non di meno, fu proprio attraverso il Fiorino e il Ducato che il “motore finanziario” medioevale poté prendere a girare a pieno regime, permettendo la transizione dall’economia feudale e chiusa tipica dei secoli a ridosso del crollo dell’Impero Romano, alla prima forma di capitalismo mercantile prettamente europeo definibile con parametri “quasi” moderni.
Oltre a ciò, la disponibilità di una moneta forte (anche se erano due), stabile e transnazionale stimolò l’innovazione contabile, favorendo la diffusione della partita doppia, lo sviluppo delle assicurazioni marittime e la nascita delle prime società per azioni primitive (le commende).
Sia il Fiorino che il Ducato vantarono poi una longevità straordinaria. Si consideri solo che Venezia continuò a coniare il Ducato sotto mentite spoglie di Zecchino con le stesse identiche caratteristiche di peso e purezza fino alla caduta della Repubblica nel 1797 per mano di Napoleone, stabilendo il record assoluto di stabilità monetaria nella storia umana (oltre cinque secoli senza mai una svalutazione), tanto che Collodi (per restare a storie di terra di Toscana) quando scrive il suo Pinocchio ben oltre la metà dell’800 gli mette in tasca proprio degli zecchini d’oro (i 5 ricevuti in dono da Mangiafoco), e questo dice tanto…
Queste monete italiane infatti, non furono semplici strumenti di pagamento, ma i veri e propri mattoni con cui l’Europa costruì la sua supremazia commerciale globale, dimostrando che la ricchezza delle nazioni non dipendeva solo dalle armi e dalla forza, ma dalla reputazione e dall’incorruttibilità della propria moneta.
Insomma, e come mai smetteremo di ricordarlo, dal bene più prezioso che gli uomini possono scambiarsi: la FIDUCIA!
Andrea Aromatico

