Il 17 agosto 2026 cinque economisti della Banca Centrale Europea hanno scritto che lo scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe provocare una forte correzione delle Borse. Se nel tuo portafoglio c’è un ETF globale, la domanda arriva da sola: sei in pericolo? Vediamo cosa dice davvero quell’analisi e quali difese hai a disposizione.
Cosa hanno scritto gli economisti della BCE
L’analisi, firmata da Andersson, Breckenfelder, Corradin, Nikolov e Viola, è uscita sul blog ufficiale della BCE con il titolo “The AI boom: rational enthusiasm or the next dot-com bubble?”. Il blog precisa che le opinioni sono degli autori e non la posizione ufficiale dell’istituto.
Il ragionamento poggia su tre punti. Il primo sono le valutazioni della Borsa americana, misurate con il CAPE di Robert Shiller: il prezzo delle azioni diviso la media degli utili degli ultimi dieci anni, corretta per l’inflazione. La mediana storica è intorno a 17, oggi il CAPE americano è a 41, un livello che non si vedeva dalla bolla di internet di fine anni Novanta (ne abbiamo parlato anche nell’articolo sulla Borsa ai massimi storici). Il secondo è il motore della corsa, l’entusiasmo per l’AI concentrato sulle Magnifiche Sette: Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Il terzo è la conclusione: secondo gli autori, la ricerca sulle grandi ondate tecnologiche del passato indica che una correzione delle attuali valutazioni è probabile.
La bolla razionale: prezzi giusti che scendono lo stesso
La parte meno intuitiva è che la correzione resta probabile anche se i prezzi di oggi fossero giustificati. Gli autori riprendono uno studio di Ľuboš Pástor e Pietro Veronesi (Technological revolutions and stock prices, American Economic Review, 2009) su ferrovie, elettricità, radio e internet. Lo schema si ripete: la nuova tecnologia attira investimenti, le società pioniere salgono con forza, poi i prezzi crollano, anche quando la tecnologia mantiene le promesse.
All’inizio la tecnologia è un esperimento su scala ridotta e, se fallisce, il danno resta confinato a poche aziende. È rischio specifico, che si neutralizza con la diversificazione. Quando la tecnologia si diffonde in ogni settore, invece, un suo fallimento colpirebbe l’economia intera: diventa rischio sistematico, che nessuna diversificazione elimina, e gli investitori chiedono un premio al rischio più alto. Per offrire rendimenti futuri più alti, il mercato deve abbassare i prezzi di oggi.
Prendi una società con 100 euro di utili stabili all’anno. Se gli investitori si accontentano del 4%, la pagano 2.500 euro. Se pretendono il 5%, vale 2.000 euro: utili identici, prezzo in calo del 20%. La crescita dei profitti spinge nella direzione opposta, ma nelle ondate passate il premio al rischio ha quasi sempre prevalso. Poi c’è l’euforia, che gonfia i prezzi ancora di più.
Perché la previsione non ti dice quando vendere
Viene voglia di vendere oggi e ricomprare dopo il crollo. Gli stessi autori scrivono però che è impossibile sapere in quale punto del percorso ci troviamo, e che se l’AI si rivelerà abbastanza trasformativa le valutazioni potranno essere più alte in futuro, anche dopo una correzione.
Il 5 dicembre 1996 Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, parlò di “esuberanza irrazionale” dei mercati. La Borsa americana salì per altri tre anni, fino al picco del marzo 2000, poi l’S&P 500 perse quasi il 50%. Il minimo dell’ottobre 2002, circa 777 punti, restava comunque sopra i circa 745 del giorno del discorso. Anche chi avesse venduto ascoltando Greenspan e ricomprato esattamente sul minimo avrebbe fatto peggio di chi era rimasto investito.
Il CAPE serve a regolare le aspettative, non a scegliere il momento: con valutazioni molto alte i rendimenti attesi per il decennio successivo sono più bassi della media storica, ma non negativi. E secondo Dimson, Marsh e Staunton l’azionario mondiale dal 1900 ha reso circa il 5% annuo al netto dell’inflazione, crisi del 1929, bolla di internet e crisi del 2008 comprese.
I 440 miliardi che riguardano anche te
Per gli economisti della BCE le famiglie dell’area euro hanno circa 440 miliardi di euro esposti alle azioni tecnologiche americane, quasi tutti tramite fondi ed ETF e spesso senza rendersi conto del rischio di concentrazione. Su 10.000 euro in un ETF MSCI World, oltre 2.000 finiscono nei soli Magnifici Sette e circa 7.000 negli Stati Uniti. E rispetto al 2000 banche centrali e governi hanno meno margini per attutire un eventuale crollo.
Questo non rende l’ETF globale una trappola: resta uno degli strumenti più efficienti per un risparmiatore. Il problema nasce quando lo si considera, da solo, un portafoglio completo.
Cosa fare davvero: l’asset allocation
La difesa si chiama asset allocation, la ripartizione del patrimonio tra azioni, obbligazioni e liquidità in base a obiettivi e orizzonte. Secondo lo studio di Brinson, Hood e Beebower (Financial Analysts Journal, 1986) questa scelta spiega oltre il 90% della variabilità dei rendimenti di un portafoglio nel tempo. In pratica, tre mosse.
Primo, verifica che la quota azionaria sia coerente con l’orizzonte. I soldi che ti serviranno tra due o tre anni non dovrebbero stare in azioni, bolla o non bolla. Su 10.000 euro tutti azionari, un calo del 20% ti lascia 8.000 euro; con un portafoglio 60/40 e obbligazioni invariate ne restano 8.800, una perdita del 12% che è più facile sopportare senza vendere nel momento peggiore.
Secondo, guarda dentro i tuoi fondi. Somma ETF, fondi della banca e fondo pensione: tanti strumenti non significano diversificazione, se comprano le stesse aziende.
Terzo, accetta che nessuno sa quando arriverà la prossima correzione. Non devi prevederla. Ti serve un portafoglio capace di attraversarla.
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