Nel panorama geopolitico ed economico del XXI secolo, l’acronimo BRICS non rappresenta più solo una felice intuizione di marketing finanziario, ma il fulcro di un profondo cambiamento negli equilibri di potere globali. Nato inizialmente come un raggruppamento di mercati emergenti con un forte potenziale di crescita, il blocco si è progressivamente trasformato in una solida piattaforma intergovernativa.

Oggi, la transizione verso il formato BRICS+ certifica la volontà del Sud Globale di ridefinire le regole della governance mondiale, sfidando direttamente l’egemonia delle istituzioni nate dagli accordi di Bretton Woods e guidate dall’Occidente atlantista. Con una quota di PIL globale che ormai supera stabilmente quella del G7 in termini di parità di potere d’acquisto, il blocco non può più essere ignorato o liquidato come un’alleanza puramente formale.

Dalle origini economico-finanziarie, alla realtà politica

Per comprendere l’attuale traiettoria dei BRICS, è necessario fare un passo indietro fino al 2001, anno in cui l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill usò per primo l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), coniandolo de facto. L’intento originario era puramente analitico: identificare le quattro economie emergenti destinate a dominare la crescita economica mondiale entro la metà del secolo, offrendo una mappa per gli investimenti globali verso un unico “soggetto” il cui “nome” fosse (in puro stile anglosassone) iconico e facile da ricordare.

Capitò – tuttavia – che i governi di queste nazioni intravidero nel termine non solo un’etichetta con la quale farsi catalogare a livello giornalistico, ma una vera opportunità strategica di coordinamento politico da sfruttare in ogni modo.

Della serie: ah, quindi per voi saremmo i BRIC? Fico! E allora creiamo davvero ’sto benedetto “blocco BRIC” in chiave strategico-geopolitica.

Fatto sta che il primo incontro ufficiale dei ministri degli Esteri degli ancora quattro Paesi si tenne a New York nel 2006, seguito poi dal primo vertice dei capi di Stato a Ekaterinburg, in Russia, nel 2009. Come andò? Direi “benone” dato che nel 2010, il gruppo – sempre più unito, coeso – si allargò ed accolse il Sudafrica, trasformando la sigla nell’attuale BRICS e garantendo al blocco una prima, quanto fondamentale proiezione nel continente africano.

Da quel momento, l’organizzazione ha smesso definitivamente anche solo di presentarsi come una mera categoria macroeconomica, per strutturarsi invece come un vero e proprio forum politico annuale, volto a promuovere la cooperazione Sud-Sud e Sud-Asia e a controbilanciare l’influenza politico-economica di Stati Uniti ed Unione Europea.

L’espansione in BRICS+: la nuova architettura globale

Il vero punto di svolta storico si è concretizzato nel corso degli ultimi anni – anzi, l’altro ieri – culminando nella storica espansione avviata nel 2024 e consolidatasi progressivamente con l’ingresso di nuovi membri chiave come l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Etiopia, l’Iran e l’Indonesia. E tanti, tantissimi Paesi a fare anticamera nella speranza d’entrare prima possibile nel CLUB.

Nemmeno dire che questa transizione verso il modello “BRICS Plus”, ha ormai mutato profondamente la natura stessa del blocco, ampliando a dismisura la sua base demografica, geografica e, soprattutto, strategica. Anche in termini di potere economico e, perché no, militare.

L’inclusione dei giganti energetici del Medio Oriente e di economie cruciali del Sud-Est asiatico, infatti, ha trasformato il gruppo in un vero e proprio network transcontinentale. Con un allargamento poi che risponde a una duplice necessità palese: 1) da un lato, la Cina e la Russia spingono per espandere il blocco in funzione dichiaratamente di rottura con l’egemonia di stampo occidentale; 2) dall’altro, decine di Paesi emergenti e in via di sviluppo vedono nei BRICS (forse per le medesime ragioni) l’unica alternativa credibile per ottenere rappresentanza e finanziamenti senza dover sottostare alle rigide condizionalità politiche ed economiche imposte da istituzioni tradizionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale.

Per non parlare di sanzioni unilaterali, embarghi e guerre d’ogni genere condotte con le più futili motivazioni verso qualsiasi nazione fosse anche lontanamente percepita quale “poco amica dell’occidente”.

I numeri del sorpasso fra demografia ed economia

Oggi, l’impatto numerico dei BRICS+ è impressionante e delinea una chiara asimmetria rispetto ai blocchi occidentali, in una vera e propria “inversione dei poli”.

Analizziamo i fatti (secondo nostro costume) in maniera schematica quanto analitica:

Popolazione: con l’ingresso dei nuovi membri, il gruppo rappresenta ormai oltre il 44% della popolazione mondiale (circa 3,5 miliardi di persone), trainato da giganti demografici quali India e Cina, a cui si aggiungono le folte popolazioni di Indonesia e Brasile. Al contrario, il G7 ospita appena il 10% della popolazione globale.

Prodotto Interno Lordo: calcolato a parità di potere d’acquisto (PPA, ne parleremo in apposito articolo), il PIL dei BRICS+ si attesta tra il 37% e il 41% della ricchezza globale, superando ampiamente il G7 (che si ferma sotto il 30% con outlook tremendamente negativo, specie per la Euro-zona).

Risorse energetiche e materie prime strategiche: con l’ingresso di Iran ed Emirati Arabi Uniti (e l’interazione strategica con altri produttori chiave), i BRICS controllano una quota assolutamente maggioritaria delle riserve mondiali di petrolio greggio, gas naturale e terre rare, elementi indispensabili per la transizione tecnologica e industriale del futuro.

Questi dati certificano che la produzione e il consumo globale si stanno spostando inesorabilmente verso l’Asia e il Sud del mondo, riducendo la centralità economica delle storiche potenze industriali occidentali.

Le istituzioni alternative e la graduale de-dollarizzazione

Tuttavia non è né militare, né meramente economico il fattore più concreto della sfida lanciata dai BRICS al cosiddetto “occidente collettivo”, quanto piuttosto finanziario e risiede tutto nella creazione di un’infrastruttura dedicata indipendente. L’esempio più lampante al riguardo, è per certo la New Development Bank (NDB), con sede a Shanghai, nata con lo scopo di finanziare progetti di infrastrutture e sviluppo sostenibile non solo in Cina, ma in tutti i Paesi emergenti. Compresi quelli ancora esclusi dalla galassia BRICS+.

Parallelamente, il Contingent Reserve Arrangement (ne diremo in articolo dedicato) agisce come una sorta di rete di sicurezza, il cui scopo principale è proteggere sempre più e sempre meglio tutti i membri dalle pressioni sulla liquidità globale (sanzioni, embarghi etc.).

Un altro pilastro fondamentale dell’agenda macroeconomica del blocco poi – collaterale agli altri due – è per certo quello di una progressiva exit strategy dalla tirannia del dollaro, troppo in fretta definita de-dollarizzazione dei commerci bilaterali, che tuttavia a una vera e propria de-dollarizzazione alla fine somiglia, e manco poco. Esasperati infatti dall’uso politico del dollaro statunitense – manifestatosi attraverso sanzioni unilaterali, embarghi o il congelamento delle riserve valutarie (come accaduto alla Russia) – i Paesi BRICS stanno da tempo incrementando l’uso delle monete locali (come il renminbi cinese e la rupia indiana) per regolare i propri scambi interni, bypassando de facto il dollaro e le sue istituzioni (SWIFT).

Sebbene l’introduzione di una moneta unica dei BRICS rimanga un progetto complesso e come sia di lungo termine, la progressiva erosione del monopolio del dollaro nei mercati energetici rappresenta già un mutamento strutturale della finanza internazionale che se da una parte del mondo sta portando più di un sorriso, dall’altra è per certo foriera di “facce scure” e “fronti sudate e corrugate”.

Linee di frizione interne, ovvero un blocco sì, ma ancora parecchio eterogeneo

Va tuttavia detto che nonostante i successi commerciali e l’innegabile potere attrattivo, i BRICS non costituiscono un’alleanza omogenea o un blocco militare sul modello della NATO. Al loro interno convivono (ancora) profonde rivalità geopolitiche e asimmetrie ideologiche che in certo modo ne rallentano l’efficacia operativa. Cerchiamo di capire quali siano le principali:

Le tensioni sino-indiane: da un punto di vista meramente territoriale India e Cina condividono storiche dispute sui confini himalayani, competendo poi direttamente per la leadership economica nel continente asiatico. È noto come sotto certi aspetti Nuova Delhi guardi con mal celato sospetto all’eccessiva egemonia di Pechino all’interno del gruppo.

Divergenze strategiche sull’Occidente: mentre la Russia (probabilmente per ritorsione allo stato attuale, dato che è stata isolata dai mercati occidentali) e la Cina intendono polarizzare i BRICS trasformandoli in un fronte esplicitamente anti-Atlantico, Paesi come il Brasile e l’India preferiscono mantenere una postura di neutralità pragmatica o non-allineamento. Per Brasilia e Nuova Delhi, i BRICS servono a riformare l’ordine multilaterale dall’interno, non a distruggerlo, mantenendo aperti i canali di dialogo e i partenariati economici con Washington e Bruxelles.

Sistemi politici difformi: Il gruppo unisce democrazie consolidate (Brasile, India, Sudafrica) a regimi autoritari o monarchie assolute, rendendo difficile la formulazione di una visione valoriale comune.

Le implicazioni per l’Occidente: dialogo o collisione?

Per alcuni ambienti di Europa e Stati Uniti, l’espansione e il consolidamento dei BRICS rappresentano un chiaro segnale d’allarme. Non di meno la tendenza occidentale a isolare determinati attori geopolitici, ha in ogni caso accelerato la coesione di questo blocco alternativo. Come sia, è noto che nei loro vertici più recenti, i BRICS abbiano chiesto a gran voce una riforma strutturale dell’ONU, una revisione del Consiglio di Sicurezza e una redistribuzione più equa delle quote di voto all’interno del FMI.

L’Occidente si trova dunque di fronte a un bivio: arroccarsi nella difesa dello status quo, rischiando di spingere definitivamente il Sud Globale verso l’orbita strategica cinese, oppure accettare il dialogo, riformando le istituzioni multilaterali per riflettere i reali pesi economici e demografici del mondo contemporaneo.

Il futuro quindi?

È semplice: o si arriva pacificamente ad un modello multipolare (ormai nei fatti), o si rischia di andare a uno scontro dove di futuro non ce ne sarà più nessuno, per nessuno.

I BRICS+ infatti non sono una moda passeggera né un blocco monolitico destinato a scatenare una nuova Guerra Fredda in modo compatto. Sono, piuttosto, lo specchio fedele di un mondo multipolare frammentato, ma reale ora e adesso, nell’hic et nunc. Un network flessibile in cui la cooperazione si sviluppa su binari utilitaristici e geoeconomici, che andrebbero se possibile intercettati e posti a regime, non combattuti.

Mentre il peso dell’Occidente si contrae per ragioni demografiche e strutturali, i BRICS offrono dunque uno spazio di coordinamento senza precedenti per le nazioni che per secoli sono rimaste ai margini dei processi decisionali globali. Il successo futuro del gruppo dipenderà dalla sua capacità di gestire le frizioni interne; ciò che è certo, tuttavia, è che l’architettura delle relazioni internazionali non sarà più decisa esclusivamente da una ristretta cerchia di capitalisti (e relativi politici a libro paga) esclusivamente occidentali. Mai più.

Ed è questo che va capito fino in fondo…

Andrea Aromatico

Andrea Aromatico

Andrea Aromatico è podcaster e conduttore dei format di Vision SCF: The International, dedicato alla storia economica e alla geopolitica, e Fuori Copione, il podcast con imprenditori e professionisti che conduce insieme a Federico Marcon.

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