Il debito pubblico spiegato facile

Che cosa è, e perché alla fine (e non solo) riguarda tutti noi

Il debito pubblico è uno dei temi più discussi nei talk show politici e nei telegiornali, eppure rimane uno dei concetti meno compresi dai cittadini, se non per alcune nozioni “vaghe e peregrine”. Spesso viene associato a cifre astronomiche (miliardi o trilioni di euro), totalmente astratte e apparentemente prive di legami con la nostra vita quotidiana. Sentiamo parlare poi continuamente di “spread”, “patto di stabilità” e “sostenibilità del debito”, avvertendo come una vaga sensazione di pericolo senza capirne il motivo reale.

Or bene, va detto che in verità il debito pubblico è qualcosa di estremamente concreto, capace d’influenzare fattori in apparenza lontani quali le parcelle che emettiamo (professionisti) e gli stipendi che percepiamo (dipendenti), le tasse che paghiamo e la qualità degli ospedali o delle scuole a cui accediamo.

Per iniziare a capire che cosa sia davvero il debito pubblico, è necessario immaginarsi lo Stato come una grandissima famiglia. Ogni anno, questa “famiglia” ha delle entrate (che in Stati NON esportatori netti di materie prime, sono solo le tasse pagate dai cittadini e dalle imprese) e delle uscite (gli stipendi di medici e forze dell’ordine – dalle varie Polizie all’esercito –, dei funzionari e degli insegnanti, le pensioni, la manutenzione delle strade, e tutto ciò che sta sotto il nome di sicurezza, sino ai Vigili del Fuoco e alla Protezione Civile, ecc.).

Ciò detto, è ovvio che qualora le uscite superino le entrate, la “famiglia” Stato registra un deficit. Per coprire questo buco finanziario (ma non solo), lo Stato deve chiedere soldi in prestito. No, non “va in Banca”: emette invece titoli di stato (come BTP o BoT) sul mercato finanziario, sia domestico che globale.

La somma di tutti i deficit accumulati negli anni emettendo titoli costituisce, nella sua essenza, il debito pubblico.

Il costo del debito: la trappola degli interessi

Chiedere soldi in prestito non è gratuito. Chi compra titoli di stato (e/o un tempo buoni del tesoro, obbligazioni e prodotti analoghi) vuole in cambio un interesse, che rappresenta da un lato il prezzo del rischio e dall’altro la motivazione per congelare della liquidità e non goderne (o investirla altrimenti) nel nome di un profitto. Qui risiede il primo grande problema del debito pubblico: gli interessi sulla spesa corrente. Ogni anno, infatti, una fetta enorme del bilancio dello Stato viene usata non per pagare dipendenti pubblici e pensionati o per migliorare i servizi pubblici con investimenti infrastrutturali, ma per pagare gli interessi a chi ha prestato i soldi.

Bilancio dello Stato

  • Spesa Ordinaria: costo della macchina pubblica burocratico/securitaria/amministrativa
  • Spesa Utile: scuole, ospedali, strade, grandi opere sino alle infrastrutture digitali, ecc.
  • Spesa Passiva Pura: interessi sul debito pubblico → più cresce il debito, più questa fetta si allarga!

Se lo Stato spende quindi (sempre più) miliardi di euro solo per pagare gli interessi, quelle stesse risorse verranno giocoforza sottratte alla sanità, all’istruzione o alla riduzione delle tasse sul lavoro.

Ne deriva quindi che – fatte salve debite eccezioni – di norma un debito pubblico troppo alto agisce come una zavorra che rallenta lo sviluppo di ogni Paese, costringendo i governi a fare tagli lineari alla spesa pubblica o ad aumentare le imposte per evitare il default finanziario.

Che cos’è lo Spread e perché influenza il mutuo di casa

Nel linguaggio economico corrente – specie in Paesi a basso tasso di alfabetizzazione economico/finanziaria – la parola “spread” è diventata sinonimo di crisi. Lo sappiamo, è un errore clamoroso, ma tant’è. Vero invece che lo spread è semplicemente la differenza di rendimento tra i titoli di stato di un Paese ritenuto meno stabile (come l’Italia) rispetto a quelli di un Paese ritenuto estremamente sicuro e affidabile (come era un tempo la Germania). Più lo spread è alto, più lo Stato deve pagare interessi elevati per convincere gli investitori a prestargli denaro.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Questo infatti rivela che uno spread elevato significa anche, certo, un coefficiente maggiore di rischio, ma in sostanza e nel 99,99% dei casi rendite finanziarie decisamente più elevate per gli acquirenti di stock di debito in qual si voglia forma. Peccato, tuttavia, che questo “lato positivo” della questione riguardi solo chi se lo può permettere.

Lo spread riguarda infatti ogni singolo cittadino, dato che sempre (sempre, sempre!) le banche di un determinato Paese possiedono enormi quantità di titoli del proprio Stato. Se il valore di questi titoli crolla a causa dell’aumento dello spread, i bilanci delle banche si indeboliscono. Per proteggersi, le banche riducono il credito a imprese e famiglie, rendendo molto più difficile e costoso ottenere un prestito per aprire un’attività o un mutuo per comprare casa. Lo spread alto si traduce quindi – in pochi giorni, è vero – in una rendita sicura per chi compra grosse quantità di debito di un determinato Stato, ma altrettanto in un aumento dei tassi di interesse sui conti correnti e sui finanziamenti privati, divenendo de facto un vantaggio per pochi speculatori e un danno per la gran parte della popolazione, a partire da piccole e medie imprese.

Il debito buono e il debito cattivo

Verrebbe quindi quasi da dichiarare che il debito pubblico (sostenuto da spread negativi) sia una sorta di male assoluto. È vero solo in parte, dato che, come più volte dimostrato da Keynes e come di recente ha ribadito lo stesso Mario Draghi, esistono da sempre un “debito buono” e un “debito cattivo”. Nel privato, ma anche nel pubblico.

Il debito buono è quello contratto per fare investimenti produttivi, che nelle dinamiche aziendali è tutto ciò che serve a sostenere la creazione e il lancio dei prodotti, e nel settore pubblico quello che serve per costruire infrastrutture moderne, digitalizzare il Paese, investire nella ricerca scientifica e nella scuola. Questo tipo di debito è quello che genera crescita economica; e un’economia che cresce produce più ricchezza, rendendo il debito facilmente sostenibile e persino ripagabile nel tempo.

Anche quello “cattivo”…

Il debito cattivo, invece, per parte sua è quello utilizzato per finanziare la spesa corrente improduttiva, come sussidi a pioggia, bonus elettorali o il mantenimento di strutture burocratiche inefficienti. Questo debito non genera alcuna crescita futura, lasciando in eredità alle prossime generazioni solo un conto salatissimo da pagare. Neanche dirlo che, per sua natura, è un tipo di debito pressoché inesistente nel privato.

Concludendo, gestire con responsabilità il debito pubblico non è quindi un mero, freddo esercizio di contabilità o un folle onere imposto dall’Europa, ma un dovere morale per proteggere la possibilità di fare investimenti e conservare il welfare oggi, e con essi il futuro dei nostri figli.

Andrea Aromatico