Il “Fattore tripla G” e le nuove regole del capitalismo globale
Il capitalismo del XXI secolo sta attraversando una metamorfosi profonda. Per decenni, gli investitori e le imprese hanno operato seguendo una regola aurea: massimizzare il profitto minimizzando i costi, sfruttando i vantaggi della delocalizzazione e mercati finanziari stabili e prevedibili (le basi della globalizzazione). Oggi, questo paradigma è stato sostituito da quello che gli analisti chiamano Fattore G, ma che personalmente (e semplificando) preferisco ribattezzare come “Fattore tripla G”, dove le tre G stanno per: 1) Geopolitica; 2) Geoeconomia, e soprattutto; 3) “Governatività”.
Sì, avete letto bene…
Tutto per dire che siamo in piena era dove le vecchie regole di mercato stanno lasciando il posto a un sistema in cui la sicurezza nazionale, l’autonomia strategica e l’intervento pubblico contano più della pura efficienza economica, perché il resto del mondo – quello che gravita nell’area BRICS – è così che funziona…
E ai limiti della perfezione, a voler essere pignoli.
Ora, quello di cui stiamo parlando, non è un’opinione, è un fatto, subito riscontrabile comparando quel che per lungo tempo è stato “il sistema”, e che ora semplicemente non lo è più. Per capirci, basti considerare come un tempo erano le decisioni delle Banche Centrali (come la Federal Reserve o la BCE) sui tassi d’interesse a operare come i fari assoluti per prevedere l’andamento dei mercati. Se i tassi scendevano, le borse salivano; se i tassi salivano, l’economia rallentava. Oggi, pur rimanendo d’assoluta rilevanza, le mosse delle banche centrali devono fare i conti con variabili esterne non direttamente economiche, come le guerre tariffarie e il ritorno del protezionismo statale legato soprattutto al controllo degli asset strategici e delle materie prime, dalle commodities, agli energetici sino alle terre rare, capaci tuttavia d’impattare in maniera devastante sia sull’economia reale, che su quella finanziaria.
La fine del libero mercato assoluto
Per questo il Fattore tripla G si manifesta chiaramente nel tramonto dell’era del libero commercio senza vincoli. I governi delle principali economie mondiali hanno riscoperto l’importanza di proteggere le proprie industrie chiave (ecco cosa intendo per GOVERNATIVITÀ), tanto che concetti come il reshoring (riportare la produzione in patria) o il friend-shoring (delocalizzare solo in paesi alleati e politicamente stabili) sono diventati i pilastri delle nuove strategie aziendali veicolate dagli Stati.
[Vecchio Capitalismo] ---> Focus: Massima Efficienza e Minimi Costi [Nuovo Capitalismo (Fattore tripla G)] ---> Focus: Sicurezza, Resilienza e Alleanze Politiche
Questo cambiamento ha ovviamente un costo economico elevato. Produrre un componente in Europa o negli Stati Uniti infatti, costa molto di più rispetto alla produzione in un paese in via di sviluppo. Tuttavia, ora come ora le aziende preferiscono pagare questo premio assicurativo pur di avere la certezza che la propria catena di fornitura non venga interrotta da improvvisi blocchi politici o sanzioni bilaterali (vi dice nulla la questione Hormuz?). L’efficienza ha ceduto il passo alla resilienza, e questa transizione genera una pressione strutturale al rialzo sui prezzi globali.
Il ritorno dello Stato nell’economia
Un altro pilastro del Fattore tripla G è il massiccio ritorno dello Stato come attore protagonista dell’economia. Dopo decenni di privatizzazioni e deregolamentazione, i governi occidentali – in pieno scontro economico con i paesi ultra emergenti del blocco BRICS – stanno stanziando miliardi di dollari e fondi sovrani per sussidiare settori (ritenuti) strategici: energie rinnovabili, semiconduttori, difesa e intelligenza artificiale. I mercati non sono più guidati solo dalla mano invisibile di Adam Smith e dall’ordo liberismo di scuola post austriaca, ma dalla mano visibile degli incentivi statali.
Questo fenomeno crea una nuova forma di competizione globale. Le aziende non competono più solo sulla qualità del prodotto o sull’innovazione, ma sulla loro capacità di intercettare i fondi e i sussidi pubblici dei rispettivi governi. Per gli investitori finanziari, questo significa che analizzare i bilanci societari non è più sufficiente; occorre saper leggere la politica industriale e i decreti governativi per capire quali settori prospereranno e quali verranno penalizzati dalle nuove barriere doganali.
Le conseguenze per risparmiatori e imprese (e se permettete, la nostra filosofia)
Nelle nuove regole del capitalismo, la volatilità è la norma. Gli shock geopolitici possono distruggere o creare modelli di business dall’oggi al domani. Le aziende che basavano il proprio successo sulla dipendenza da un unico fornitore estero a basso costo si trovano improvvisamente in ginocchio. Al contrario, le imprese che investono in economia circolare, fonti energetiche locali e automazione domestica acquisiscono un vantaggio competitivo enorme (siamo a un centimetro dal concetto di cluster e all-in-house, ma ne parleremo altrove).
Per i piccoli risparmiatori, il Fattore tripla G impone una diversificazione del portafoglio molto più accurata. Non basta più dividere gli investimenti tra azioni e obbligazioni; occorre valutare il rischio geografico e politico delle aziende in cui si investe. Il capitalismo infatti non è morto (e non morirà, grazie a Dio), ha solo cambiato pelle, portandoci in un nuovo universo dove la redditività economica è ormai indissolubilmente legata alla stabilità geopolitica.
Per questo e non per altro noi di Vision scf siamo da sempre sponsor entusiasti di qual si voglia idea di pace e cooperazione fra popoli e paesi di ogni latitudine e cultura.
Se per le vie e le strade marciano i soldati, non scorrono gli affari e il futuro somiglia sempre più a una landa desolata di disperazione e angoscia, dove invece dovrebbero aver luogo solo sogni e prosperità.
Per tutti, se possibile…
Andrea Aromatico

