Su quasi un secolo di borsa americana, metà di tutta la ricchezza creata è arrivata da 46 aziende. Quarantasei, su decine di migliaia quotate. È il dato da cui vale la pena partire per capire perché scegliere le azioni “giuste” una per una sia molto più difficile di quanto sembri.

Le azioni battono davvero i titoli di stato?

Verrebbe da dire di sì: le azioni sono più rischiose dei titoli di stato, quindi devono rendere di più, altrimenti nessuno le comprerebbe. La realtà, misurata sui numeri, è più sottile. A dimostrarlo è stato Hendrik Bessembinder, professore all’Arizona State University, con lo studio Do Stocks Outperform Treasury Bills?, pubblicato nel 2018 e basato sul mercato americano dal 1926 al 2016.

Il risultato: sull’intera vita di ogni titolo, solo il 42,6% delle azioni americane ha reso più dei Treasury Bills, l’equivalente americano dei nostri BOT. Il resto, oltre il 57%, ha reso meno di un titolo di stato a brevissima scadenza. E tra le azioni che hanno battuto i BOT, la maggior parte lo ha fatto di poco: poco più del 4% dei titoli, 1.092 aziende, ha generato da sola l’intera ricchezza netta creata dal mercato in quei novant’anni. Tutto il resto, messo insieme, ha più o meno solo pareggiato i titoli di stato.

Un secolo di borsa, l’aggiornamento

Bessembinder ha da poco pubblicato il seguito di quello studio, One Hundred Years in the U.S. Stock Markets, con i dati aggiornati fino al 2025. La concentrazione, nel frattempo, è cresciuta: se nel 2018 servivano circa 90 aziende per spiegare metà della ricchezza netta creata dal mercato, oggi ne bastano 46. La ricchezza totale generata in un secolo supera i 91.000 miliardi di dollari, ma il numero di società responsabili di metà di quella ricchezza si è quasi dimezzato. Più ricchezza, meno protagonisti. E su cento anni, gli investitori di lungo periodo in quasi il 60% dei titoli azionari ci hanno rimesso.

Selezionare in anticipo quella minoranza di vincenti è il mestiere dello stock picking, e i dati dicono che le probabilità remano contro chi lo pratica. La via alternativa è l’investimento passivo: invece di cercare l’azione vincente, la si compra insieme a tutte le altre, attraverso un ETF, un fondo quotato che replica un intero indice. Un ETF sull’S&P 500 dà accesso alle 500 maggiori società americane; uno globale, a migliaia di aziende in decine di Paesi, con commissioni annue che nei casi più efficienti restano sotto lo 0,20%, contro il 2% e oltre di molti fondi bancari.

Diversificare sul serio

Un errore comune è confondere “investo in un indice” con “compro l’S&P 500 e basta”. L’S&P 500 è un ottimo strumento, ma copre solo le grandi aziende americane, e la storia dei mercati insegna che la leadership cambia nel tempo: il Giappone negli anni Ottanta, i mercati emergenti nei primi anni Duemila, la tecnologia americana nell’ultimo decennio. Diversificare davvero significa distribuire il patrimonio su più asset class, non solo azioni ma anche obbligazioni ed eventualmente oro, e allargare la parte azionaria su più aree geografiche.

Tempo, risparmio, rendimento: le tre leve

Costruire ricchezza con gli investimenti poggia su tre leve: il tempo, quanto si risparmia, e il rendimento. Il tempo è la più potente e la più sottovalutata, grazie all’interesse composto: investendo 500 euro al mese a un rendimento medio del 7% lordo annuo, dopo 10 anni si arriva a circa 86.500 euro, dopo 20 a circa 260.500, e dopo 30 si superano i 580.000 euro, a fronte di soli 180.000 euro versati di tasca propria. (Qui puoi calcolare la crescita del tuo capitale nel tempo.)

Il rendimento dipende anche dai costi: la differenza tra un fondo costoso e un ETF efficiente può valere uno o due punti percentuali l’anno. Sugli stessi 500 euro al mese, in trent’anni, passare dal 7% al 5% per via dei costi significa scendere da circa 588.000 a circa 416.000 euro: oltre 170.000 euro di differenza, a parità di somma versata.

Gli errori che sabotano tutto

I dati indicano una strada abbastanza chiara. Il vero rischio, spesso, non è il mercato: sono quattro comportamenti tipici di chi investe. Rincorrere i rendimenti passati, entrando su un settore dopo un forte rialzo, quando in media i rendimenti futuri sono già più bassi. Vendere nel panico durante i cali, anche del 30-40%, che fanno parte del gioco, trasformando una perdita sulla carta in una perdita reale. Complicare il portafoglio con decine di strumenti e movimenti frequenti, quando tre o quattro ETF scelti bene bastano a intercettare la crescita dei mercati mondiali. E affidarsi alla propria banca senza farsi domande, dimenticando che il suo mestiere è collocare prodotti, non necessariamente i più convenienti per chi li compra.

Cosa fare con queste informazioni

La ricchezza della borsa è concentrata in pochissimi titoli, e scegliere in anticipo quei pochi vincitori è, statisticamente, quasi impossibile. Un ETF azionario globale diversificato risolve il problema alla radice: fa possedere automaticamente anche i vincitori di domani, senza doverli indovinare. Resta però da capire come questi principi si applicano al proprio portafoglio: quanto si sta pagando di commissioni, se gli strumenti sono efficienti dal punto di vista fiscale, se l’asset allocation è coerente con l’orizzonte temporale e gli obiettivi personali. Se vuoi una risposta a queste domande sul tuo caso specifico, puoi richiedere un’analisi gratuita del tuo portafoglio: guardiamo cosa hai già, individuiamo le inefficienze, e costruiamo insieme una strategia su misura. Non vendiamo prodotti: aiutiamo a capire.