Ci sono convinzioni sui soldi che nessuno di noi ha scelto: le abbiamo assorbite a tavola in famiglia, allo sportello della banca, leggendo un titolo di giornale. Ripetute abbastanza a lungo, smettono di sembrare opinioni e diventano buonsenso. Il problema è che il buonsenso finanziario quasi mai viene verificato, e quando lo si verifica i dati raccontano un’altra storia. Qui sotto ci sono i dieci miti più diffusi, ognuno con la ricerca che lo smentisce.
1. “Risparmia il più possibile da giovane”
Il consiglio più ripetuto di tutti ha un fondo di verità: più anni hai davanti, più l’interesse composto lavora a tuo favore. L’errore sta in quello che ignora, ovvero che il valore dei soldi cambia durante la vita. A venticinque anni lo stipendio è al minimo della carriera e crescerà per i trent’anni successivi: cinquemila euro spesi allora possono voler dire un master, un’auto che non ti lascia a piedi, una vacanza che ti ricorderai per sempre. Gli stessi cinquemila a quarantacinque anni, quando guadagni molto di più, pesano meno.
A dirlo è Franco Modigliani, premio Nobel nel 1985 proprio per la teoria del ciclo vitale del risparmio. L’idea di fondo è il livellamento dei consumi, ossia distribuire la capacità di spesa tra gli anni in cui si guadagna poco e quelli in cui si guadagna tanto. Siccome il reddito parte basso e sale con la carriera, anche il risparmio dovrebbe seguire la stessa curva: poco all’inizio, sempre di più man mano che lo stipendio sale. Risparmiare resta importante a ogni età; il mito è l’idea di doversi sacrificare al massimo a venticinque anni per avere una vecchiaia serena.
2. “Se l’economia cresce, la Borsa sale”
Negli ultimi trent’anni l’economia cinese è cresciuta a un ritmo vicino al 9% reale all’anno, la crescita più importante della storia moderna. Secondo i calcoli di GQG Partners, un dollaro investito a inizio 1993 nell’indice MSCI China valeva a inizio 2025 circa ottanta centesimi, dividendi esclusi.
Il prezzo di un’azione incorpora tutte le aspettative sul futuro dell’azienda: si dice che il mercato “sconta” le notizie, ossia le mette nel prezzo prima che si realizzino. Quando leggi che un Paese crescerà tantissimo, quella crescita è già riflessa nei prezzi, e prezzi alti significano rendimenti futuri più bassi. In Cina la crescita è stata finanziata emettendo continuamente nuove azioni, che hanno diluito chi era già investito: la torta è cresciuta, la fetta si è ristretta. Dimson, Marsh e Staunton, autori del Global Investment Returns Yearbook, hanno confrontato crescita del PIL e rendimenti azionari in decine di Paesi e trovato che i Paesi a crescita maggiore non hanno reso di più, anzi in media un po’ meno.
3. “I dividendi sono soldi in più”
Soldi che arrivano sul conto senza vendere niente: il fascino è comprensibile. Ma da dove escono? Dal valore della tua stessa azione. Il giorno dello stacco il prezzo del titolo scende di un importo pari al dividendo, in automatico. Se possiedi un’azione da 100 euro e la società stacca 3 euro, ti ritrovi con un’azione da 97 euro più 3 euro in contanti: totale 100, come prima. È cambiato solo il posto in cui tieni il tuo patrimonio, con l’aggravante che su quei 3 euro paghi subito il 26% di tasse anche se non volevi incassarli.
Che il valore di un’azienda non dipenda da quanto dividendo distribuisce lo hanno dimostrato Merton Miller e ancora Franco Modigliani in un articolo del 1961 che è un pilastro della finanza moderna. Contano gli utili, la solidità, il prezzo a cui compri. Scegliere le azioni in base al dividendo significa concentrare il portafoglio su poche società, rinunciando alla diversificazione per inseguire un vantaggio che sulla carta non esiste.
4. “Con un fondo indicizzato ti accontenti del rendimento medio”
È quasi sempre la premessa per venderti un fondo a gestione attiva, dove un gestore seleziona i titoli cercando di battere l’indice, dietro compenso. S&P Dow Jones Indices pubblica ogni anno lo SPIVA Europe Scorecard, che confronta i fondi attivi con il loro indice di riferimento: su dieci anni, il 98% dei fondi azionari globali in euro ha reso meno dell’indice.
E i pochi che ce la fanno? S&P misura anche la persistenza, ossia la capacità dei fondi migliori di restare tra i migliori. Dei fondi azionari americani che nel 2021 erano nel quartile più alto, cinque anni dopo poco più dell’1% era ancora in cima alla classifica. Il motivo di fondo lo ha spiegato Hendrik Bessembinder analizzando tutti i titoli della Borsa americana dal 1926: la ricchezza creata in un secolo viene da una manciata di azioni, meno del 5% del totale, mentre meno della metà dei titoli ha fatto meglio di un semplice buono del Tesoro. Comprando tutto il mercato con un indice hai la garanzia di portarti a casa quei pochi vincenti.
5. “Con il CAPE sopra 40 i rendimenti futuri saranno bassi”
Il CAPE, l’indicatore del premio Nobel Robert Shiller, è il rapporto tra il prezzo della Borsa e la media degli utili reali degli ultimi dieci anni. La sua mediana storica dal 1900 è intorno a 17; oggi il CAPE americano viaggia sopra 40, un livello toccato in passato solo attorno alla bolla delle dot-com.
Un fondo di verità c’è: valutazioni di partenza più alte sono associate in media a rendimenti più bassi nei dieci anni successivi. Il mito sta nel salto logico successivo, cioè usare quel numero come segnale per entrare e uscire dal mercato. Asness, Ilmanen e Maloney di AQR hanno messo alla prova questa strategia in uno studio del 2017, con la condizione che il modello potesse usare solo i dati disponibili in quel momento: i risultati sono stati deludenti, peggiori di chi aveva comprato all’inizio e non aveva più toccato il portafoglio. Le valutazioni si muovono nel tempo, e chi resta ancorato alle soglie del passato rischia di restare fuori dal mercato proprio negli anni migliori. Il CAPE serve a calibrare le aspettative, non a decidere quando vendere.
6. “Warren Buffett dimostra che si può battere il mercato”
Buffett il mercato lo ha battuto davvero, soprattutto grazie ai risultati dei primi decenni. Negli ultimi vent’anni alla guida di Berkshire Hathaway, però, non è più riuscito a fare meglio di un banale ETF sull’S&P 500. Il mito prende un’eccezione irripetibile e la generalizza in una strategia alla portata di tutti.
Chi lo cita dimentica come lui stesso la pensa. Nella lettera agli azionisti del 2016 Buffett riconosce che qualche gestore capace di battere l’indice esiste, e precisa di averne identificati in anticipo, in tutta la vita, una decina. Una decina in settant’anni di carriera. La sua conclusione è netta: quando migliaia di miliardi sono gestiti da professionisti con commissioni elevate, di solito sono i gestori a incassare i guadagni, non i clienti, e gli investitori grandi e piccoli farebbero meglio a restare su fondi indicizzati a basso costo.
7. “Obbligazioni e conto deposito sono sicuri”
Il mito più italiano di tutti. In un certo senso è vero: obbligazioni e liquidità oscillano molto meno delle azioni. Ma la volatilità è solo uno dei rischi. L’altro non lo vedi nel saldo dell’app, ed è il potere d’acquisto. Nel 2022, secondo l’ISTAT, l’inflazione italiana ha superato l’8%: chi aveva centomila euro fermi sul conto a fine anno vedeva ancora centomila euro sullo schermo, ma con quei soldi comprava l’equivalente di circa novantaduemila euro di beni e servizi. Volatilità zero, perdita reale e permanente.
Su orizzonti lunghi questo secondo rischio pesa più del primo. Lo mostra uno studio del 2025 di Anarkulova, Cederburg e O’Doherty, costruito su 39 Paesi sviluppati, dati dal 1890 al 2023 e un milione di vite da risparmiatore simulate al computer: le strategie prudenti hanno prodotto meno ricchezza in pensione, meno reddito e una probabilità più alta di esaurire i risparmi rispetto a un portafoglio azionario globale ben diversificato. Obbligazioni e liquidità hanno un ruolo preciso, per le spese vicine nel tempo e per il fondo di emergenza. Il mito è la parola “sicurezza” usata senza specificare: sicuro rispetto a cosa, e su quale orizzonte? Se vuoi vedere quanto pesa l’inflazione sui tuoi risparmi fermi, puoi usare il nostro calcolatore dell’impatto dell’inflazione.
8. “L’oro protegge dall’inflazione”
Duemila anni fa un centurione romano guadagnava, convertito in oro, circa 38 once l’anno; ai prezzi di oggi quelle once valgono più o meno lo stipendio di un capitano dell’esercito americano. Sull’aneddoto, documentato in uno studio di Erb e Harvey, si regge l’idea dell’oro come scudo contro l’inflazione.
Il problema è l’orizzonte. Tu non investi per duemila anni, ma per dieci, venti, al massimo trenta. E su questi orizzonti lo stesso studio mostra che l’oro è tutt’altro che stabile: la sua volatilità è di circa il 15% all’anno, quanto quella di un indice azionario, mentre l’inflazione si muove del 2-3%. Uno strumento che oscilla almeno cinque volte più del rischio che dovrebbe coprire non funziona come copertura, e negli anni Ottanta e Novanta, con inflazione elevata, l’oro ha perso per quasi due decenni. C’è poi un aspetto che l’aneddoto conferma senza volerlo: se in duemila anni l’oro ha solo mantenuto il potere d’acquisto, in duemila anni ha reso in termini reali circa zero. Non produce utili, non paga cedole, non incassa un affitto. Storicamente, sugli orizzonti che ci riguardano, la protezione dall’inflazione è venuta dalle attività produttive.
9. “L’affitto è buttare soldi”
In Italia ci crediamo così tanto che, secondo l’ISTAT, circa sette famiglie su dieci vivono in una casa di proprietà. Il ragionamento non è sbagliato: l’affitto esce e non torna, la rata del mutuo ripaga qualcosa che resta tuo. Mancano però i costi del proprietario, che nessuno somma fino in fondo. La manutenzione e il deprezzamento, perché tetto, caldaia e infissi si usurano. L’arredamento, visto che una casa in locazione arriva quasi sempre già ammobiliata. Le imposte e i costi di transazione: IMU se non è prima casa, notaio, imposte d’acquisto, agenzia. E poi il più invisibile di tutti, il costo opportunità, ossia il rendimento a cui rinunci tenendo centinaia di migliaia di euro immobilizzati in una casa invece che investiti.
Sommati tutti, il confronto cambia: di media l’acquisto comporta spese extra pari al 10-15% del valore dell’immobile, oltre al prezzo. Nel lavoro di Jordà, Knoll, Kuvshinov, Schularick e Taylor sui rendimenti storici di sedici Paesi dal 1870, chi vive in affitto e investe il capitale altrove e chi vive in una casa di proprietà tendono a ritrovarsi più o meno allo stesso punto, contati tutti i costi. Comprare casa può essere un’ottima scelta per stabilità abitativa, benessere familiare o risparmio forzato; il mito è la motivazione contabile.
10. “Il debito è sempre un male”
Per una parte dei debiti il consiglio è sacrosanto: carte revolving, prestiti per vacanze che non potevi permetterti, finanziamenti al consumo a doppia cifra. Il mutuo è un’altra storia. Estinguerlo in anticipo sembra la mossa prudente per eccellenza, ma ha lo stesso prezzo nascosto del mito precedente: ogni euro versato in anticipo è un euro che non rende altrove. Quando il tasso del mutuo è più basso del rendimento atteso di un portafoglio diversificato, anticipare il rimborso ti fa risparmiare un interesse piccolo e rinunciare a un rendimento più alto. Non sempre conviene tenere il mutuo, ma il calcolo va fatto: il nostro calcolatore degli interessi del mutuo è un punto di partenza.
C’è anche un filone di ricerca che va oltre. Uno studio di Ian Ayres e Barry Nalebuff, pubblicato nel 2013 sul Journal of Portfolio Management, parte dal capitale umano: a venticinque anni la tua vera ricchezza non sono i soldi sul conto, ma il valore di tutti gli stipendi che guadagnerai fino alla pensione. Siccome quegli stipendi sono un’entrata relativamente stabile, il capitale umano si comporta un po’ come un’obbligazione. Il paradosso è che da giovane sei già esposto tantissimo alle obbligazioni anche senza possederne una, mentre con il passare degli anni il capitale umano si riduce, i risparmi crescono e l’esposizione alle azioni aumenta proprio quando hai meno tempo davanti per recuperare. Nelle simulazioni degli autori, mantenere più stabile la quota azionaria lungo la vita ha prodotto una ricchezza finale media simile all’approccio tradizionale, ma con oscillazioni inferiori di circa un quinto. Chi ha un mutuo e nel frattempo investe sta già usando una forma di leva: il debito sulla casa permette di non immobilizzare tutto il capitale nell’immobile.
Perché questi miti resistono
Dieci miti, dieci fonti che li smentiscono. Se sopravvivono da decenni è perché tutti fanno comodo a qualcuno: a chi vende fondi attivi come a chi vende prodotti costruiti sul dividendo. La domanda da farsi davanti a una regola sul denaro è sempre la stessa: chi ci guadagna se io ci credo?
Per questo ha senso rivolgersi a un consulente finanziario indipendente, pagato a parcella dal cliente, che guadagna solo se il consiglio è nel suo interesse. Se vuoi capire quali di queste convinzioni stanno pesando sul tuo portafoglio, puoi richiedere un’analisi indipendente. E se vuoi mettere alla prova il primo mito con i tuoi numeri, il calcolatore dell’interesse composto fa il lavoro in trenta secondi.

Ettore Bellò è consulente finanziario indipendente, iscritto all’Albo unico dei consulenti finanziari nella sezione dei consulenti finanziari autonomi (delibera OCF n. 1926), e amministratore di Vision SCF, società di consulenza finanziaria indipendente fee-only con sede a Vicenza. Aiuta famiglie e imprenditori a pianificare e investire il patrimonio con strumenti efficienti e senza conflitti di interesse.

