Il motore a vapore e il parziale “furto del tempo”: quando l’orologio divenne un imperativo, fra ossessione, cultura e liberazione

Le invenzioni non creano solo prodotti, ma cambiano gli stili di vita, i ritmi biologici e le strutture stesse delle città. Sino a influenzare intere civiltà, quando rivoluzionarie per davvero…

Tempo al tempo…

Prima della fine del Settecento, la stragrande maggioranza dell’umanità viveva seguendo i ritmi lenti e flessibili della natura. La giornata lavorativa – anticipata dal canto dei galli – cominciava con il sorgere del sole e terminava con il tramonto. Nelle aree rurali, l’inverno portava mesi di relativo riposo forzato dal lavoro nei campi, mentre l’estate sino al primo autunno richiedeva sforzi intensi e prolungati per completare i raccolti. Con il concetto di puntualità al minuto che semplicemente non esisteva: se un contadino doveva incontrare un vicino, ci si accordava per il “pomeriggio inoltrato” o per “subito dopo il pranzo”. Stessa cosa poi in città, dove per i più lo scorrere delle ore era scandito dai rintocchi delle campane delle varie chiese, o al limite dalle meridiane (per chi sapeva leggerle), essendo gli orologi appannaggio di pochissimi, usati più che altro come oggetti di status symbol nelle varie abitazioni (celeberrimi quelli dei Barocci).

La Prima Rivoluzione Industriale, guidata dal motore a vapore, cambiò radicalmente tutto questo, compiendo quello che molti storici definiscono il più grande “furto” della storia umana: quello del tempo biologico/privato.

La tirannia del metallo (e delle lancette)

L’introduzione della macchina a vapore nelle fabbriche tessili britanniche stravolse radicalmente la logica della produzione. A differenza dell’energia idraulica, legata alla portata dei fiumi, o di quella eolica, dipendente dal vento, il vapore – derivato dalla termica – poteva funzionare ovunque e, soprattutto, a ciclo continuo. Un motore a vapore disattivato rappresentava un enorme capitale immobile che non generava reddito, mentre il carbone continuava a bruciare. Per massimizzare i profitti, le macchine dovevano girare ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Gli esseri umani dovettero quindi adattare i propri corpi e le proprie vite al ritmo meccanico, instancabile e preciso del pistone d’acciaio mosso dall’energia endotermica.

Nacque così la fabbrica moderna, e con essa emerse la necessità di una disciplina temporale ferrea. I proprietari degli stabilimenti compresero subito che la flessibilità tipicamente rurale (e in parte anche urbana) era del tutto incompatibile con le dinamiche economiche della produzione di massa.

Si moltiplicò così la produzione di orologi. Vennero installate sirene cittadine che urlavano a orari prestabiliti per svegliare i quartieri operai e scandire l’inizio e la fine dei vari turni. Per educare ai nuovi ritmi, si fece in modo che gli ingressi stessi delle fabbriche venissero letteralmente sbarrati pochi minuti dopo il suono della sirena: chi arrivava in ritardo perdeva la paga della giornata, o veniva licenziato in tronco. Il tempo si trasformò bruscamente in una merce misurabile e monetizzabile, come sintetizzò Benjamin Franklin in una celebre massima dell’epoca: “Il tempo è denaro”.

Il tempo in tasca (e poi al polso)

L’orologio da tasca, sulle prime considerato un bene di lusso decorativo per gli outfit degli aristocratici, divenne uno strumento di appartenenza e status sociale essenziale. Nei regolamenti di fabbrica del primo Ottocento si stabilivano multe salatissime per gli operai che guardavano fuori dalla finestra, parlavano con i colleghi o interrompevano il lavoro per andare in bagno al di fuori dei minuti rigidamente previsti. Il controllo del tempo divenne così ossessivo che in molte fabbriche i padroni tenevano gli orologi ufficiali chiusi in gabbie di ferro, manipolando talvolta le lancette per allungare il turno di lavoro dei dipendenti a loro insaputa.

Questa sincronizzazione forzata della società si estese rapidamente oltre le mura delle fabbriche, investendo l’intero sistema logistico dei trasporti. L’invenzione delle ferrovie, sempre animate dal vapore, richiese l’adozione di orari ferroviari precisi per evitare collisioni disastrose sui binari unici. Idem, gli orari di consegna e ritiro delle merci dovettero giocoforza sincronizzarsi al massimo livello possibile. Fino alla metà dell’Ottocento, ogni città del mondo aveva ancora la propria ora locale, calcolata sulla base della posizione del sole sul proprio meridiano. In Inghilterra ad esempio – prima parte del pianeta a essere fortemente interessata alla “rivoluzione industriale” – Londra, Bristol e Manchester avevano orari leggermente diversi. La necessità di coordinare i treni spinse all’unificazione degli orari nazionali e, successivamente, alla divisione del pianeta nei fusi orari globali che usiamo ancora oggi.

Tempo per fatica nel segno del rispetto

Il motore a vapore ha liberato l’umanità dai limiti della forza muscolare, ma ci ha resi schiavi di un padrone invisibile e implacabile: la lancetta dei secondi. Ogni volta che impostiamo la sveglia sul telefono, che corriamo per non perdere la coincidenza di un treno o di un aereo, che sentiamo l’ansia per una scadenza di lavoro, stiamo vivendo nell’universo economico e culturale costruito oltre due secoli fa dalle prime, rumorose fabbriche della rivoluzione industriale.

E ora, fermi tutti: il nostro – da attenti studiosi di fenomeni storico/economici – non è in alcun modo un giudizio di valore, quanto l’analisi di una serie di fatti strutturati in narrazione.

Sappiamo bene, infatti, che così come non esiste arma che non sia a doppio taglio, altrettanto ogni fenomeno o atto ha sempre un rovescio della medaglia in grado di compensare la sua apparente antitesi e negatività, in piena dinamica yin e yang, vi direbbero in Oriente.

Vero quindi che dall’introduzione delle macchine alla cosiddetta “schiavitù del tempo” sono stati adottati stili di vita più rigorosi e impegnati.

Altrettanto vero tuttavia che, da un lato, lo snellimento dei processi lavorativi ha regalato benessere assieme a spazi di tempo cosiddetto libero, prima inconcepibili. Il tutto, con la piena consapevolezza poi che il tempo – il nostro tempo – sia l’unica cosa di cui si abbia possesso per davvero. Cosa che ha portato a calcolare e gestire non solo il proprio, ma anche quello altrui nel segno del rispetto (la “santa” puntualità), come atto di assoluta civiltà sotto il segno del più elevato codice umanistico che si possa concepire.

Perché questo significa essere precisi, puntuali, nel lavoro come in ogni cosa: riconoscere al nostro prossimo il suo assoluto valore di essere umano!

Andrea Aromatico