Dalla tasca dei blue jeans
Come piccoli, all’apparenza insignificanti oggetti comuni hanno fatto la storia dell’economia
Uno dei più grandi errori è quello di pensare alla storia economica esclusivamente come a una sequenza astratta di trattati internazionali e grandi istituzioni bancarie, grafici macroeconomici complessi e riforme fiscali sciorinate in interminabili sedute presso una qualche sede internazionale. Questo perché – pur con tutta l’importanza delle fenomenologie di cui sopra – è altrettanto vero che le trasformazioni più profonde, quelle che plasmano l’economia globale e la nostra quotidianità, spesso hanno il “vizio” di nascondersi dentro a storie ed oggetti piccolissimi, ordinari e apparentemente insignificanti che utilizziamo tutti i giorni senza prestarvi troppa attenzione, dai quali invece, possono scaturire veri e propri miracoli.
Ecco perché analizzare la microstoria di questi dettagli ci permette di capire come spesso sono stati proprio colpi di genio scaturiti da esigenze pratiche che hanno dato vita a successi commerciali capaci di ridisegnare il mondo intero.
Giusta quindi a questo punto una domanda: ce l’avete in guardaroba un paio di blue jeans? No, non siamo impazziti, rispondete. Ecco, ed ora consideriamo quale esempio proprio loro – i blue jeans – concentrandoci tuttavia su dei piccoli particolari che li hanno resi quel che sono: parliamo di quei minuscoli rivetti metallici in rame, posizionati esattamente agli angoli delle tasche.
Sapevate che non si è mai trattato di una scelta estetica o di un vezzo stilistico contemporaneo, quanto piuttosto di una geniale intuizione sposata a un colpo di fortuna che cambiò il mondo della moda creando un vero e proprio colosso nel campo del settore tessile-abbigliamento?
E ora vi spiego anche tutti i come ed i perché…
Il tessuto blu di Genova che parlava francese
Nonostante non ci sia nulla come un paio di jeans ad evocare l’America, il nome del materiale di cui son fatti trae origine dall’area franco-ligure!
La parola Denim (il tessuto dei jeans) deriva infatti il proprio nome dal fatto di provenire da Nîmes, in Francia (Denim = De Nîmes), mentre per quel riguarda il “nome e cognome” dei pantaloni stessi, dobbiamo spostarci esattamente a Genova, dato che è proprio lì che troviamo quei portuali e pescatori che da secoli adoperavano questo particolare, robusto tessuto in cotone color indaco (blue di Genova), che in francese era detto per l’appunto Bleu de Génes.
Ortofonicamente blue Gìen, ovvero > Blue Jeans.
Dovremo attendere tuttavia il lontano 1871 perché finalmente potesse avvenire la… magia!
Or bene, siamo in piena Corsa all’Oro in California, quando un sarto di nome Jacob Davis che aveva avuto l’idea di realizzare e vendere alcuni pantaloni in denim ricevette le lamentele di alcuni clienti: il tessuto robusto era robusto – ok – ma ai minatori e ai boscaioli si distruggevano continuamente le tasche dei pantaloni a causa del peso degli attrezzi da lavoro che portavano, e delle pietre estratte con cui appunto riempivano le tasche.
Che fare? Fu qui che Davis ebbe l’idea geniale di rinforzare i punti di massima tensione del tessuto con dei rivetti di rame come quelli usati per le cinghie dei cavalli. Ci provò, e la cosa funzionò a meraviglia. Bisognava farci un business, ma non avendo i soldi per brevettare l’invenzione, si rivolse al suo stesso fornitore di tessuti all’ingrosso, un immigrato bavarese di nome Levi Strauss. Il resto è storia – anzi, leggenda – col brevetto congiunto del 1873 che creò non solo un capo d’abbigliamento indistruttibile per la classe operaia americana, ma un impero globale della moda che ancora oggi fattura miliardi di dollari avendo fatto scuola in tutto il mondo.
Container!
Un altro esempio straordinario di microstoria economica globale in full mode problem-solution riguarda un oggetto ancora più invisibile (per quanto grosso), ma onnipresente: il container marittimo in metallo standard. Si dai, quello che ormai siamo talmente abituati a veder trascinare da camion e tir, che nemmeno ci facciamo più caso. Ma non è sempre stato così, anzi. Tanto che fino alla metà del Novecento, caricare ancora una nave mercantile era un incubo logistico immane. Centinaia di scaricatori di porto dovevano stipare manualmente nei piroscafi sacchi di farina e patate, casse di whisky, birra e materiali, barili d’olio e scatole di scarpe, carne etc. una per una. Era un processo lento, costoso e soggetto a continui furti e danneggiamenti. Le navi insomma, passavano più tempo ferme in porto per le operazioni di carico e scarico, che a navigare in mare aperto.
Poi, cominciava il problema del trasporto su terra…
Nel 1956, un imprenditore americano dei trasporti di nome Malcom McLean intuì che il sistema era inefficiente e brevettò così una scatola di metallo standardizzata di grandi dimensioni, che potesse essere caricata direttamente dal rimorchio di un camion alla stiva di una nave senza mai essere aperta. Questa intuizione elementare, la containerizzazione, fu capace da sola di far crollare i costi di carico del 90%, con in più l’immane vantaggio di azzerare i tempi di fermo nei porti. Standardizzando le dimensioni delle scatole poi, divenne improvvisamente economico produrre componenti di qualsiasi genere in Asia, assemblarli in Europa e venderli negli Stati Uniti così come in Russia, Australia o Giappone (e viceversa). Il container dunque, una semplice scatola di metallo vuota, è stato dunque il vero catalizzatore fisico della globalizzazione economica moderna, molto più di qualsiasi trattato di libero scambio al seguito d’interminabili summit e vertici internazionali.
Dal tessile, al macro, all’ufficio.
Anche l’ufficio – il luogo cardine del lavoro nell’epoca del terziario avanzato – è stato ultra interessato da fenomenologie analoghe. Basti pensare a quanto la stessa organizzazione del lavoro sia stata rivoluzionata da piccoli dettagli hardware, come la graffetta o il foglio post-it, ben prima dell’informatica. La Standard Oil di Rockefeller – ad esempio – o le grandi compagnie assicurative di inizio Novecento poterono infatti espandersi e gestire milioni di clienti solo grazie all’invenzione dei sistemi di archiviazione verticale e delle cartelle standardizzate, che permettevano a un esercito di impiegati di trovare un documento in pochi secondi anziché in ore di ricerche in polverosi bauli.
Se ne traggano preziosi insegnamenti, dato che queste microstorie ci insegnano come l’economia non è un’entità distante, ma una forza pragmatica che risponde a problemi pratici immediati. Un rivetto di rame, un container d’acciaio, una graffetta o persino la disposizione dei banchi di un supermercato, contengono al loro interno la genialità, il bisogno di efficienza e l’evoluzione sociale di intere generazioni, dimostrando che la grande storia del mondo si scrive prima di tutto nelle piccole cose di ogni giorno.
Ecco, e ora si estenda il concetto: quando si lavora con passione e sagacia, nessuno è inutile. Nessuno.
Andrea Aromatico

