Fino a prima della scoperta delle Americhe, la storia d’Occidente era soprattutto la storia del Mediterraneo, con la grande tradizione greco-latina e poi imperiale a farla da padrone. Dal XVI secolo in poi, ecco che cambia tutto. Scopriamo come…
A stravolgere usi, costumi ed economie di scala nella vecchia Europa non furono solo prodotti prima sconosciuti quali il mais, il cacao e il pomodoro, la patata, il tacchino etc. No, il vero game changer fu l’arrivo massiccio di nuovi oro e soprattutto argento, capace di spezzare definitivamente l’equilibrio economico post medievale, innescando la cosiddetta “Rivoluzione dei Prezzi”, fino a spostare il baricentro finanziario globale tra la Manica e l’Atlantico.
Per secoli, infatti, l’Europa aveva vissuto in un regime di scarsità cronica di metalli preziosi, dove il valore della moneta era dipeso a lungo prima dalle scelte imperiali, e quindi dalla ferrea disciplina di città come Firenze e Venezia – capitali del commercio – capaci di stabilire il triplice conio oro, argento, argento/rame in grado di sostenere e promuovere tutta l’economia medievale e rinascimentale. In questo scenario statico (quasi stantio) la conquista spagnola del Nuovo Mondo fu come un aerolite che si schianti sulle acque placide d’un lago. Capiamoci, l’Eldorado in realtà restò un mito, non di meno tuttavia enormi quantità d’oro e d’argento vennero trovate, e quindi di lì in poi portate oltre mare finendo per inondare in breve, brevissimo tempo i mercati europei di una quantità di metallo prezioso mai vista prima. Una quantità impressionante capace di trasformare la locale scarsità endemica in un’inflazione senza precedenti in grado d’innescare il declino del sistema feudale a favore del moderno capitalismo transoceanico.
L’afflusso dei metalli: il saccheggio e le miniere di Potosí
Il meccanismo che scardinò l’economia europea si sviluppò in due fasi ben distinte, ma strettamente collegate l’una all’altra. La prima deve essere fatta coincidere con il saccheggio iniziale ad opera dei Conquistadores dei tesori soprattutto precolombiani; la seconda, invece, è tutta relativa al successivo sfruttamento intensivo dei giacimenti minerari ivi presenti.
Furono infatti proprio i vari Pizarro e Cortez che nei primi decenni del Cinquecento, dopo aver soggiogato in multa diversa moda i nativi, si accaparrarono i loro “tesori” per poi mettersi a fondere sistematicamente oggetti sacri, gioielli e i simboli del potere degli imperi Azteco e Inca.
Questo primo flusso di oro e argento arrivò in Europa come bottino di guerra, ma la vera svolta strutturale avvenne a metà del XVI secolo. E precisamente intorno al 1545, con la scoperta della leggendaria montagna d’argento di Potosí (nell’attuale Bolivia) e delle miniere di Zacatecas, in Messico.
L’introduzione della tecnica dell’amalgama al mercurio permise agli spagnoli di estrarre l’argento dalle rocce a costi ridottissimi, su una scala che potremmo definire già industriale. Tanto che di lì in poi, e poi via via ogni anno, la celebre Flota de Indias (la flotta d’India spagnola) fu in grado di scaricare con “monotona” continuità tonnellate su tonnellate di argento grezzo via porto di Siviglia.
I numeri: si stima che tra il 1500 e il 1600 la quantità di argento circolante in Europa sia stata come minimo quadruplicata, mentre le riserve d’oro siano state aumentate di circa l’80% (cioè, quasi raddoppiate). Come era ovvio che fosse, questa improvvisa abbondanza distrusse le fondamenta stesse del sistema plurimetallico medievale, che si basava proprio sulla stabilità fisico/quantitativa (qualità e quantità) dell’offerta dei metalli.
La Rivoluzione dei Prezzi: la prima grande inflazione europea
La conseguenza economica più immediata e devastante dell’afflusso di argento fu quella che poi divenne nota come la Rivoluzione dei Prezzi, un fenomeno inflazionistico che flagellò l’intera Europa per tutto il XVI secolo. Come, è presto detto: grazie all’immensa mole di moneta circolante (quasi) dalla sera alla mattina, i prezzi dei beni di prima necessità (come il grano, i cereali e i tessuti) aumentarono da tre a sei volte nell’arco di pochi decenni.
La spiegazione di questo fenomeno risiede nella moderna e ben nota teoria quantitativa della moneta. Detta in estrema sintesi: se la quantità di moneta circolante (l’argento americano trasformato in monete) aumenta molto più velocemente rispetto alla produzione effettiva di beni reali (il cibo e i manufatti disponibili), il valore della moneta crolla e i prezzi nominali dei beni salgono. Solo che all’epoca ancora non lo sapeva nessuno, dato che non esisteva ancora quella disciplina che poi avremmo detta… economia.
Fatto sta che l’Europa del tardo Cinquecento, la cui popolazione stava crescendo in fretta dopo le piaghe del Trecento, si trovò con troppe monete che “davano la caccia” a troppo pochi beni. E fu così che persino la stabilità del Fiorino e del Ducato, che avevano mantenuto lo stesso potere d’acquisto per secoli, venne messa in fortissima discussione di fronte a un’ondata inflazionistica che i contemporanei, abituati a un mondo economico statico, non riuscivano a comprendere e gestire, imputando il tutto erroneamente alla mera avidità dei mercanti.
L’impatto sociale: il crollo del feudalesimo
La Rivoluzione dei Prezzi non fu un fenomeno neutrale, ma operò una gigantesca redistribuzione della ricchezza, penalizzando le vecchie classi medievali e favorendo la nascita della moderna borghesia. Il tutto, in tre passaggi fondamentali:
- Il declino della nobiltà terriera: i signori feudali traevano le loro rendite da affitti agricoli a lungo termine fissati in termini monetari stabili. A causa dell’inflazione, il denaro che ricevevano dai contadini perse gran parte del suo potere d’acquisto reale, mentre il costo dei beni di lusso che acquistavano continuava a salire. Per mantenere il proprio stile di vita, molti nobili così si indebitarono, svendendo le proprie terre o perdendo de facto il controllo politico delle campagne.
- Il dramma dei lavoratori salariati: nonostante l’inflazione, i salari degli artigiani e dei braccianti agricoli rimasero sostanzialmente immobili o crebbero a un ritmo molto più lento rispetto al prezzo del pane. Questo portò a un drastico peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari, provocando carestie e rivolte in tutta Europa.
- L’ascesa della borghesia capitalistica: a differenza delle classi TOP e DOWN, furono invece mercanti ed armatori, i proprietari di manifatture e gli speculatori a trarre enormi profitti dalla crisi. Il come, è presto detto: acquistavano materie prime, le trasformavano e rivendevano i prodotti finiti a prezzi costantemente gonfiati, accumulando grandi capitali che venivano immediatamente reinvestiti nei commerci transoceanici e nei più produttivi fra gli opifici.
Il paradosso spagnolo e lo spostamento dell’asse finanziario
Ora, visto che tutto partiva dalla Spagna e finiva con la Spagna, ci si aspetterebbe che proprio la Spagna – destinataria diretta di tutta la ricchezza americana – fosse diventata nel contesto la nazione più ricca del continente. E invece – paradossalmente – capiterà l’opposto, dato che proprio l’oro e l’argento “americani” si rivelarono la sua condanna economica, un fenomeno noto oggi in economia come “malattia (o sindrome) olandese” (tranquilli, ne parleremo in apposito articolo).
Capitò, infatti, che anziché investire la nuova ricchezza monetaria nello sviluppo di un’industria manifatturiera interna o nel miglioramento dell’agricoltura, la corona spagnola (sotto Carlo V e Filippo II) ebbe la “brillante idea” di utilizzare il surplus di metalli preziosi per finanziare le guerre di religione in Europa e per importare beni di lusso dall’estero. Davvero un’ideona… E fu così che invece di divenire produttivo in Patria, l’argento arrivava a Siviglia e ripartiva immediatamente per pagare i banchieri genovesi, tedeschi e fiamminghi, oppure per acquistare tessuti nelle Fiandre e grano nel Mar Baltico. Ecco quindi come la Spagna – potenzialmente pur straricca – distrusse la propria struttura produttiva in idiotissime spese militari e in un import compulsivo, dato che produrre merci in Spagna era diventato troppo costoso a causa dell’inflazione, ed era più economico comprare tutto all’estero pagando in argento (anche di questo, parleremo in articolo ad hoc).
Questo meccanismo sancì il definitivo tramonto economico del Mediterraneo e delle repubbliche italiane. Venezia e Firenze, che avevano dominato il Medioevo grazie al controllo delle rotte commerciali con l’Oriente e alla stabilità delle loro monete d’oro, si trovarono tagliate fuori dalle nuove rotte atlantiche. Il baricentro della finanza globale si spostò dunque a Nord, verso i porti di Anversa, Amsterdam e Londra, dove l’argento americano veniva assorbito e virtuosamente utilizzato come motore per finanziare le grandi compagnie commerciali delle Indie Orientali e Occidentali.
Game, set, match!
Verso l’economia di mercato globale
L’impatto dei metalli americani, tuttavia, non si fermò ai confini europei, ma creò il primo vero circuito commerciale globale ante litteram. Come facilmente immaginabile, una parte consistente dell’argento spagnolo non rimase in Europa, ma prese la via dell’Asia attraverso il Galeone di Manila, una rotta che collegava direttamente il Messico alle Filippine.
Altrettanto i mercanti europei si trovarono ad utilizzare l’argento americano come unica merce di scambio accettata dall’Impero Cinese e dall’India, in cambio di spezie, porcellane e seta. L’argento del Nuovo Mondo divenne così il lubrificante monetario che unì per la prima volta America, Europa e Asia in un unico mercato già in via d’integrazione.
Et voilà, ecco che nel giro di un secolo, l’oro e l’argento cessarono di essere i custodi dell’ordine e della stabilità dell’Europa pre e post medievale, per trasformarsi negli agenti di una globalizzazione capitalistica irreversibile.
Andrea Aromatico

