È uno dei grandi temi del momento dove si “vedono volare” cifre spaventose (tipo 800 miliardi di euro) e altrettali percentuali spaventose di PIL da destinare a (tipo 5% netto…); parliamo ovviamente dell’industria delle armi pesanti.
Le opinioni, fioccano. La politica, s’interroga e dibatte. E ovviamente anche a noi al riguardo giungono decine di richieste che chiedono pareri.
Ora, dato che NON è compito di questa rubrica quello di fare politica o divulgare “pareri”, quanto bensì quello di far cultura e vera informazione nella maniera più seria ed analitica che sia possibile in termini di storia dell’economia, ecco che a modo nostro affrontiamo l’argomento attingendo a due importanti precedenti storici (che analizzeremo in due specifici interventi), che toccano esattamente lo stesso identico punto, rispondendo quindi, come meglio non si potrebbe, al quesito posto nello stesso titolo del pezzo: “L’economia di guerra (o rearm, se vi fa più ‘figo’), paga”?
Cioè, può essere un’enorme economia di guerra il volano capace di portare benessere e prosperità ai popoli, specie poi agli… europei?
Ecco che per rispondere, saliamo s’una ideale macchina del tempo e via nella Spagna a cavallo fra 1550 e 1600…
Come la Spagna di Filippo II, nonostante l’afflusso record di oro e argento dalle Americhe, dichiarò bancarotta per ben quattro volte (nel 1557, 1575, 1596 e 1598), dimostrando come l’abbondanza di metalli preziosi potesse trasformarsi in una condanna economica senza una solida struttura produttiva.
Filippo II d’Asburgo era teoricamente uno nato con la doppia camicia. Da un lato aveva infatti ereditato dal padre Carlo V il più grande impero del mondo, dall’altro tramite lo stesso – con le terre d’Oltre Oceano – anche le più ricche miniere d’argento e oro dell’allora mondo conosciuto. Piccolo problema, assieme a tutto questo gli era capitato in dote anche un debito pubblico colossale. Debito che se fosse stato “pacificamente” intelligente, proprio grazie al flusso costante di metalli preziosi dalle Americhe avrebbe potuto sostenere e ripagare senza sforzi, ma che purtroppo, mosso dall’idiozia di una ferrea volontà di difendere il cattolicesimo in Europa lo spinse a intraprendere campagne militari simultanee e logoranti (e relative “corse agli armamenti”), che bruciarono le ricchezze del Nuovo Mondo prima ancora che queste potessero addirittura toccare il suolo spagnolo, inaugurando la più grande crisi finanziaria dell’era moderna.
Anzi, una serie di crisi una via l’altra tutte causate da fanatismo e delirio bellicista.
Se inizia a ricordarvi qualche cosa, aspettate di sentire il resto, vedendo in analitica come poi andarono le cose per davvero…
La trappola del debito: gli Asientos e i Juros
Le bancarotte della Spagna al tempo, furono 4 in meno di cinquanta anni. Una raffica di bancarotte capaci di stendere un elefante. O un impero. E infatti…
Per comprendere come queste accaddero, è necessario analizzare il perverso meccanismo di finanziamento (ai limiti del demenziale) nel frattempo adottato della corona spagnola.
I fatti: l’argento e l’oro americani, in quantità immense, avevano il piccolo problema di arrivare a Siviglia solo una o due volte l’anno con la Flota de Indias. Le guerre, tuttavia, richiedevano liquidità immediata e costante per pagare i mercenari e rifornire gli eserciti sul campo, specialmente nelle Fiandre e nel Mediterraneo contro i turchi.
Non potendo aspettare l’arrivo dei galeoni (e non esistendo i futures), Filippo II – nella convinzione di essere invincibile – si affidò maldestramente ai grandi banchieri internazionali, principalmente genovesi, tedeschi (come i Fugger) e fiamminghi. Il sistema da lui adottato (già in parte posto in essere dal padre) si basava su due strumenti finanziari principali:
Gli Asientos: ovvero contratti di prestito a breve termine e ad altissimo tasso di interesse (spesso superiori al 12-15%). I banchieri anticipavano il denaro direttamente sui campi di battaglia (ad esempio a Bruxelles o a Milano o per qualche scontro nel Mediterraneo con gli Ottomani) e Filippo II offriva ad essi come garanzia l’argento che sarebbe arrivato con le flotte successive, o le tasse future della Castiglia (vi ricorda qualcosa circa la pressione fiscale attuale nell’area Euro? …Ecco!).
I Juros: ovvero titoli di debito pubblico a lungo termine, “utili” allorquando la corona non fosse riuscita a ripagare gli asientos alla scadenza, per offrire ai banchieri la possibilità di convertire il debito a breve termine asientos in juros, pagando un interesse annuale fisso ancorché più basso, congelando di fatto i capitali dei vari creditori sì, ma paralizzando lo Stato nella possibilità d’investire in ogni altra cosa, dalle infrastrutture civili alla produzione (vi ricordano magari l’idea di Eurobond dedicati…? …Ecco!).
Serve ricordare come questo vero e proprio castello di carte finanziario crollasse ogni qual volta che le spese militari superavano le entrate reali o quando una flotta americana subiva ritardi, naufragi o attacchi corsari, lasciando le casse regie improvvisamente vuote?
Di più: serve far notare come questa follia militaresca basata de facto su una sola risorsa – l’oro e l’argento americani, senza uno straccio d’idea d’investimenti interni e modernizzazione – somigliasse molto da vicino a un vero e proprio suicidio economico-finanziario nel nome di una fantomatica grandeur militare?
Sì, serve ricordare e assolutamente serve far notare, e per questo adesso analizziamo i come ed i perché dei 4 grandi crash dell’“invincibile armada”…
Cronologia dei fallimenti: le quattro bancarotte
Va detto che scendendo nei dettagli, ognuna delle quattro bancarotte del regno di Filippo II deriva da una risposta sbagliata a una precisa crisi geopolitica e militare; errori clamorosi di valutazione che tuttavia trascinarono con sé l’economia dell’intero continente.
La bancarotta del 1557: la prima. Questa avvenne all’inizio del suo regno, allorquando Filippo II si trovò a dover saldare gli immensi debiti accumulati dal padre Carlo V per le guerre contro la Francia e i principi protestanti tedeschi. La corona sospese i pagamenti e impose la conversione forzata degli asientos in juros, provocando il ridimensionamento della storica dinastia di banchieri tedeschi, i Fugger.
Ora, cosa c’era dietro a tutto? Investimenti in welfare? Infrastrutture? Ricerca e sviluppo? No: guerra ed armamenti…
La bancarotta del 1575: fu la più devastante. La causa scatenante fu l’altissimo costo della Guerra degli Ottant’anni contro i ribelli olandesi (aridaje). Filippo II, infatti, spendeva cifre astronomiche per mantenere l’Esercito delle Fiandre. Il blocco dei pagamenti ai banchieri genovesi impedì l’invio dei salari ai soldati spagnoli nei Paesi Bassi. Questo portò al drammatico Sacco di Anversa (1576), dove i mercenari ammutinati e non pagati saccheggiarono la città, distruggendone per sempre il ruolo di capitale finanziaria del Nord Europa.
La bancarotta del 1596 invece… No, invece NIENTE, dato che anche questa fu causata dal contemporaneo sforzo bellico contro la Francia di Enrico IV, la ribellione olandese e la guerra navale contro l’Inghilterra di Elisabetta I, esacerbata dal disastroso fallimento dell’Invincibile Armata nel 1588, che era costata alla corona oltre 10 milioni di ducati.
La bancarotta del 1598 infine, la definitiva: quella cioè dichiarata pochi mesi prima della morte del sovrano, come atto di resa finanziaria che certificò l’insostenibilità strutturale di un ex impero devastato da 50 anni di ossessioni militariste, capace di lasciare al figlio Filippo III una nazione economicamente esausta e in piena recessione.
Le ragioni strutturali del paradosso spagnolo
Ed eccoci quindi al punto in cui si chiudono tutti i cerchi: perché dunque l’argento e l’oro americani non salvarono Filippo II? La risposta risiede – oltre che alla cieca fiducia nell’“economia di guerra”, in una serie di errori macroeconomici strutturali che trasformarono la ricchezza mineraria addirittura in un fattore di debolezza:
La distruzione delle manifatture interne: la “fiducia” nell’enorme quantità di argento, oltre a indebitare sul piano militare provocò un’inflazione interna altissima, tanto che produrre beni in Spagna (tessuti, le stesse armi, grano) costava molto più che all’estero. Si sarebbero potute instaurare politiche espansive e di controllo dell’inflazione, ma la Spagna preferì continuare le sue guerre smettendo parallelamente di produrre e iniziando a importare tutto da Francia, Italia e Inghilterra. L’argento e l’oro americani quindi arrivavano sì a Siviglia ma solo per ripartire immediatamente per pagare le merci straniere, arricchendo i concorrenti della Spagna (vi ricorda qualche cosa in termini di 5% in armamenti e commodities ed energetici da comperare per forza… dove sapete?).
L’esenzione fiscale dei privilegiati: il peso delle tasse non era distribuito equamente. La nobiltà e il clero, che possedevano la maggior parte delle terre sacrificabili, erano esenti dalle imposte. Tutto il carico fiscale gravava sulla Castiglia e, in particolare, sulla debole borghesia produttiva e sui contadini, che vennero letteralmente spremuti dal fisco regio fino alla miseria, distruggendo il mercato interno (vi ricorda qualche cosa in termini esenzione da tasse su extraprofitti etc.?).
La mentalità anti-imprenditoriale: la stessa infine cultura della noblesse spagnola – che disprezzava il lavoro manuale e il commercio, considerati attività “impure” o degradanti – portò acché chiunque accumulasse ricchezza non la reinvestiva affatto in imprese produttive o innovazione tecnologica, ma acquistava terre, titoli nobiliari o juros del debito pubblico per vivere di rendita, bloccando lo sviluppo del capitalismo produttivo locale (…ma guarda te alle volte le simmetrie storiche, nevvero?).
L’eredità delle bancarotte e il declino dell’Impero
Fatto sta che le bancarotte di Filippo II segnarono l’inizio del lungo declino dell’Impero Spagnolo, che si sarebbe trascinato per tutto il XVII secolo coinvolgendo nel declino l’intera area del Mediterraneo.
Centrale – di più, assoluto in questo – il ruolo della Spagna iper militarizzata, che nella sua follia bellica si comportò come un gigantesco imbuto capace di raccogliere ricchezze minerarie delle Americhe, per poi sperperarle in guerre sostenute da “prodotti finanziari” suicidi, e/o riversarle nelle economie del Nord Europa, che per parte loro stavano sviluppando sistemi bancari e industriali più moderni.
Mentre l’Inghilterra e l’Olanda compresero infatti che la vera ricchezza non risiedeva nel possesso fisico dei metalli preziosi, ma nella velocità della loro circolazione e nella produttività del lavoro, la Spagna rimase ancorata a un’illusione monetaria sostenuta dalla potenza militare.
Fatto sta che alla morte di Filippo II, la Spagna era ancora una superpotenza militare rispettata, ma finanziariamente vuota, la cui economia era ormai ostaggio dei banchieri stranieri, a dimostrazione del fatto che nessun flusso di oro o argento può salvare uno Stato che spende più di quanto produce e si ritrova prigioniero degli stessi eserciti che ha creato.
Nota bene: la parola soldato deriva da assoldato, cioè pagato per far quello che fa, e NON per produrre e lavorare. Forza utile (forse) in guerra, e che in ogni caso il PIL lo mangia, non lo produce.
E questo… sempre! Anche in tempo di pace.
Abbiamo quindi risposto al quesito iniziale?
Forse, e per farlo in maniera ancora più puntuale vi rimandiamo al prossimo (ed ultimo pezzo) sull’argomento: quello in cui parleremo delle vere cause del crollo dell’Unione Sovietica.

Andrea Aromatico è podcaster e conduttore dei format di Vision SCF: The International, dedicato alla storia economica e alla geopolitica, e Fuori Copione, il podcast con imprenditori e professionisti che conduce insieme a Federico Marcon.

