Perché in francese i soldi si dicono argent, se è l’oro (e da sempre) il metallo più prezioso in quanto tale?
E perché ancora la moneta italiana (e non solo) si chiamò Lira?
Da dove derivano poi i termini “soldi” e “denaro” (così come la moneta Dinaro)?
Per capirlo, bisogna fare un grande salto indietro nella storia ed andare al 794 d.C., anno della grande riforma monetaria di Carlo Magno: quando mentre con il cosiddetto Capitolare di Francoforte si sanciva la nascita di un nuovo sistema monometallico imperiale basato sull’argento (relegando l’oro a un ruolo di “riserva”), altrettanto si gettavano le fondamenta per la stessa sussistenza economica dell’Europa medievale.
Prima di questo intervento radicale, infatti, il continente europeo versava in una crisi nera, caratterizzata da un profondo, assoluto caos monetario, causati entrambi dal crollo dell’Impero Romano d’Occidente e dalla progressiva scomparsa delle principali rotte commerciali nel Mediterraneo. Sostituendo il vecchio e ormai fittizio sistema basato sull’oro con una moneta d’argento reale, standardizzata e strettamente controllata, l’imperatore carolingio non solo unificò i mercati del suo vasto impero, ma creò una struttura contabile così solida da sopravvivere per… oltre mille anni!
I fatti…
Il contesto storico: la scarsità d’oro e la frammentazione economica
Per comprendere le ragioni che spinsero Carlo Magno a rinunciare all’oro, è necessario innanzitutto concentrarci sulla profonda crisi economica che colpì l’Europa tra il VI e l’VIII secolo. Or bene, il sistema monetario romano si era basato in toto sul bi-metallismo “naturale” oro-argento e, a partire da Costantino, sul Solidus, una moneta d’oro di altissimo prestigio. Tuttavia, l’espansione araba nel bacino del Mediterraneo e la conseguente frattura dei commerci tra l’Occidente europeo e l’Oriente bizantino, interruppero de facto i flussi commerciali di lusso.
L’Europa occidentale post romana, si trovò così improvvisamente isolata dalle principali rotte di approvvigionamento dell’oro, che proveniva principalmente dall’Africa subsahariana e dall’Oriente. Di conseguenza, le zecche locali dei regni barbarici (come i Merovingi in Francia o i Longobardi in Italia) iniziarono a coniare monete d’oro sempre più scadenti, riducendone il peso e alterandone la purezza con il rame o l’argento (fenomeno noto come tosatura o svilimento).
Prima conseguenza del fenomeno, fu quella di paralizzare il mercato internazionale. Senza una valuta stabile e sicura, certa e scambiabile, i mercanti di colpo presero a non fidarsi più del valore nominale delle monete circolanti. E senza fiducia, addio scambi e addio commerci. Va detto che al contempo poi, dopo i fasti romani l’economia europea si stava ruralizzando, spostandosi verso una dimensione locale e curtense (il sistema delle curtes), in una sorta di processo involutivo, e quindi di auto-depressione ai limiti del sistemico. In questo scenario – per sostenere un micro mercato fatto di scambi quotidiani di eccedenze agricole, stoffe o piccoli utensili – una moneta d’oro (sicura, o meno) aveva in ogni caso un potere d’acquisto troppo elevato, risultando perciò del tutto inutile a supportare una microeconomia di prossimità. Insomma, in breve tempo fu assolutamente chiaro che un’Europa rurale incentrata s’un’economia locale a stento “edificata” sulle macerie dei fasti dell’età romana, aveva disperatamente bisogno di una moneta accessibile, “cheap”, abbondante e dal valore certo.
La svolta di Francoforte: la scelta strategica dell’argento
Fu quindi nel 794 d.C., durante l’evento che poi sarebbe passato alla storia come il Concilio di Francoforte, che Carlo Magno decretò una riforma radicale che rispose a queste esigenze macroeconomiche attraverso tre mosse strategiche:
- Monometallismo argenteo: l’oro venne ufficialmente abbandonato come metallo di conio statale. L’argento divenne l’unico standard legale dell’impero.
- Monopolio regio della coniazione: atto col quale si sottraeva ai signori locali e ai privati il diritto di battere moneta. Di lì in poi infatti, solo le regie zecche, autorizzate dal sovrano e collocate in punti nevralgici dell’impero, potevano produrre la nuova valuta.
- Controllo della purezza: il sovrano impose pene severissime per i falsari e per chiunque rifiutasse le nuove monete regie, garantendo così la stabilità del potere d’acquisto su tutto il territorio imperiale.
L’argento fu scelto perché dal punto di vista chimico-fisico, dove l’oro era il sole, esso era ancora la luna, ossia il metallo numero due per valore intrinseco e incorruttibilità. Senza poi dire che l’Europa centrale (in particolare le regioni della Germania e della Francia) disponeva in ogni caso di ricche miniere estrattive. Cosa che permetteva alla corona di controllare direttamente l’approvvigionamento della materia prima, senza dipendere da potenze straniere o da rotte commerciali instabili.
L’architettura del sistema carolingio: Libbra (o Lira), Soldo e Denaro
La riforma di Carlo Magno non si limitò a cambiare il metallo di riferimento, ma introdusse un’ingegnosa architettura contabile basata su una struttura geometrico-matematica fissa. Il fulcro del sistema era la Libbra carolingia (o Lira, dal latino Libra, visto che ci siamo arrivati…), che fungeva da unità di peso fondamentale, corrispondente a circa 408 grammi di argento purissimo.
Da questa singola libbra di metallo grezzo, le zecche reali dovevano ricavare esattamente 240 monete, chiamate Denari (denarius). Il denaro era l’unica moneta fisica effettivamente coniata e circolante nel mercato.
Per facilitare i calcoli commerciali e la gestione dei bilanci pubblici, Carlo Magno introdusse due unità di conto intermedie (monete “fantasma” che non venivano coniate, ma usate solo nei registri):
- La Libbra (Lira): equivalente a 240 denari fisici.
- Il Soldo (solidus): equivalente di suo a 12 denari fisici. Di conseguenza, una Libbra conteneva esattamente 20 Soldi.
La proporzione matematica era dunque: 1 Libbra = 20 Soldi = 240 Denari.
Ci siamo arrivati, dunque: eccolo il denaro carolingio. Ovvero una moneta leggera, maneggevole, con un peso teorico di circa 1,7 grammi di argento quasi puro (circa il 95% di finezza). Dotata di un valore perfetto per l’economia medievale del tempo (sulla quale era stata tarata): non così microscopico da essere perso facilmente, quindi; dotato come sia di un potere d’acquisto calibrato sulle transazioni del mercato settimanale (lo shopping quotidiano, non esisteva), come l’acquisto di un sacco di grano, di una veste o di un capo di bestiame minuto.
Gli impatti economici e geopolitici della riforma
La standardizzazione del denaro d’argento produsse effetti immediati e profondi sull’assetto dell’Europa continentale, fungendo da vero e proprio acceleratore economico.
- Unificazione del mercato interno: un mercante che partiva da Aquisgrana poteva utilizzare gli stessi identici denari per acquistare merci a Milano, a Parigi o a Ratisbona. La certezza del peso e della purezza eliminò i costi di cambio e le infinite dispute commerciali, riattivando la fiducia e dunque i mercati regionali e le fiere periodiche.
- Rafforzamento del potere centrale: imprimendo il proprio nome e i simboli imperiali (spesso una croce o il monogramma regio oppure entrambi) su ogni singolo denaro, Carlo Magno compì un’operazione di propaganda politica senza precedenti. Rendendo la moneta stessa simbolo tangibile della presenza e dell’autorità dell’imperatore in ogni angolo remoto del suo regno.
- Integrazione dei popoli confinanti: il geniale denaro carolingio divenne in breve tempo così stabile e affidabile da essere ricercato e accettato anche al di fuori dei confini imperiali. Tanto che le popolazioni vichinghe della Scandinavia, come i regni anglosassoni in Gran Bretagna e le tribù slave dell’Est, iniziarono a scambiare le proprie materie prime (pellicce, schiavi, ambra etc.) in cambio dei denari d’argento franchi – la moneta ufficiale dell’Impero – gettando le basi per l’integrazione politico-economica del Nord Europa col Meridione Franco-Roma centrico.
L’eredità millenaria del sistema monetario carolingio
La struttura monetaria creata da Carlo Magno, nella sua assoluta capacità di servire la sottostante economia di riferimento, e sostenerla, si dimostrò straordinariamente resiliente, sopravvivendo addirittura di molti secoli alla dissoluzione dell’Impero carolingio stesso. Nonostante nel corso del Basso Medioevo – infatti – i vari Stati europei abbiano ricominciato a svalutare il denaro per esigenze di bilancio, la divisione matematica in base 12 e 20 rimase lo standard contabile intangibile dell’intera Europa.
L’esempio più celebre di questa longevità è il sistema monetario della Gran Bretagna. Fino alla decimalizzazione avvenuta solo nel 1971, la sterlina britannica (Pound, simboleggiata dalla £ che deriva proprio dalla Libra carolingia) era divisa in 20 scellini (Shillings, eredi del Solidus) e 240 penny (Pence, contrassegnati storicamente dalla lettera d in onore del Denarius).
Anche la nascita della Lira italiana (e di tutte le altre Lire) così come del Franco francese affondano le proprie radici direttamente nell’unità di peso introdotta a Francoforte nel 794 da quei geniali proto monetaristi al servizio dell’imperatore. La riforma monetaria di Carlo Magno incentrata sull’argento non fu mai soltanto una semplice misura di emergenza dettata dalla scarsità d’oro, ma un vero e proprio colpo di genio economico-finanziario che permise all’Europa occidentale di uscire dai secoli bui, creando un linguaggio monetario comune capace di permettere ed accompagnare la nascita del mondo moderno così come oggi lo conosciamo.
Con le sue ombre, certo. Ma anche con tutte le sue luci, capaci ancora oggi di brillare come oro… e argento.
Andrea Aromatico

