Chiunque pensi che quella fra ecologia ed energia sia una “guerra” recente, si sbaglia alla stragrande. Prima del “problema” dei combustibili fossili infatti, ci fu un altro dramma ambientale che per poco non portò a una vera e propria catastrofe sistemica. Una catastrofe evitata proprio grazie alla scoperta del… petrolio.

Infatti, per oltre un secolo, tra il Settecento e la fine dell’Ottocento, l’economia globale sempre più industrializzata si resse su una risorsa biologica strappata alle profondità degli oceani: i cetacei. Prima che infatti il petrolio venisse trivellato dal sottosuolo della Pennsylvania (e si imparasse come raffinarlo); o che anni dopo fosse l’elettricità a illuminare le metropoli, l’umanità si affidava all’olio di balena, allo spermaceti dei capodogli e alla mitica “ambra grigia” per scacciare le tenebre della notte, illuminare gli opifici e creare i profumi più esclusivi delle corti europee.

Ecco, questa è la storia di un’industria epica, quanto brutale e pionieristica, che mentre sviluppava l’illuminazione pubblica e la cosmetica, stava portando diverse specie di mammiferi marini sull’orlo dell’estinzione prima che la tecnologia offrisse una nuova speranza.

Caccia alla luce: l’olio di balena nell’illuminazione

Fino alla metà del XVIII secolo, l’illuminazione domestica e urbana era primitiva, costosa e inefficiente. Le torce medievali a resina, erano un vero disastro. Le candele di sego (grasso animale bovino o ovino) facevano fumo, emanavano un odore nauseabondo e bruciavano rapidamente. Quelle altresì di cera d’api, erano di certo più pulite, ma rappresentavano un lusso quasi esclusivamente aristocratico. Fu l’introduzione nel mercato dell’olio di balena, ottenuto dalla fusione del grasso sottocutaneo (blubber) dei misticeti come la balena franca e la balena della Groenlandia, che di colpo cambiò radicalmente lo scenario. Ponendo in essere uno dei primi, enormi problemi poi di natura già ecologica.

Il combustibile delle metropoli

Funzionava, costava il giusto, nessuno o quasi sapeva di dove venisse e pareva una risorsa inesauribile. Fu con queste credenziali che di colpo l’olio di balena comune divenne in breve tempo il carburante standard per lampade di fari, fabbriche, strade e abitazioni. Rispetto al sego, offriva una fiamma sensibilmente più luminosa, costante e duratura. E non puzzava. Costando poi sensibilmente meno delle candele fatte con la cera. Cruciale per la sua diffusione il fatto che con l’avvento della Rivoluzione Industriale, l’allungamento artificiale delle ore lavorative all’interno degli stabilimenti tessili e metallurgici era divenuto una necessità produttiva; fu qui che l’olio di balena fece “il botto”, rivelandosi da subito quale motore invisibile di questa necessaria transizione imposta dal nascente capitalismo, permettendo turni notturni pressoché continuativi.

E in “un lampo” anche i lampioni stradali di Londra, Parigi e New York iniziarono a essere alimentati da questo combustibile, creando quella che di lì in poi sarebbe divenuta la vita notturna urbana. Grazie alla luce costante infatti, le strade divennero più sicure, la criminalità diminuì e fiorì una nuova economia sociale legata al divertimento e al dopo lavoro fra teatri, caffè e passeggiate serali.

Lo spermaceti: la materia prima delle candele

Se l’olio di balena comune rappresentò la svolta di massa, la vera rivoluzione tecnologica e qualitativa arrivò tuttavia con la caccia al capodoglio (Physeter macrocephalus). Nella testa di questo immenso predatore marino si trova infatti un organo specializzato all’orientamento e alla caccia dei calamari giganti (sue prede d’elezione) contenente un liquido oleoso e trasparente: il cosiddetto spermaceti. Quando il cetaceo muore o viene esposto a temperature inferiori a quella corporea, questo liquido si solidifica in una massa cerosa, bianca e cristallina. Del tutto inerte dal punto di vista dell’odore.

Da lì a scoprire che lo spermaceti possedesse proprietà chimiche straordinarie per l’illuminazione, per la nascente industria di riferimento il passo fu brevissimo. Come pressoché immediata fu la scoperta delle sue incredibili proprietà:

  • Assenza di fumo e odore: a differenza di qualsiasi altro grasso animale, lo spermaceti bruciava in maniera quasi infume, senza produrre fuliggine o odori sgradevoli.
  • Brillantezza e stabilità: la luce generata dalla sua combustione, era eccezionalmente chiara, bianca e vivida.
  • Punto di fusione elevato: le candele realizzate in spermaceti non si ammorbidivano o deformavano durante le calde giornate estive (a differenza di quelle in cera, per esempio), mantenendo una forma sempre perfetta.

E fu così che la candela di spermaceti divenne talmente celebre per la sua costanza qualitativa che, nel 1860, in Inghilterra, sotto la guida di emeriti scienziati, tramite il Metropolitan Gas Act il Parlamento la scelse come unità di misura standard per definire la luminosità: nacque così il concetto di candela (candlepower), quale parametro fotometrico utilizzato ancora oggi nella scienza illuminotecnica.

Il cuore dell’impero baleniero: New Bedford e Nantucket

Se una parte immensa di prodotti “balenieri” era consumata e normata nel Vecchio Continente, la produzione per parte sua, era invece concentrata in piccoli insediamenti costieri del New England, negli Stati Uniti, che grazie a questo divennero delle piccole capitali economiche del mondo. Celeberrime al riguardo l’isola di Nantucket prima, e quindi la città di New Bedford, capaci di divenire i porti balenieri più importanti del pianeta (come poi avremmo saputo anche leggendo l’immortale Moby Dick).

Non per caso New Bedford fu ribattezzata “La città che illuminò il mondo”.

Come funzionava il “gioco” è presto detto. In sostanza si trattava di un sistema che non era diverso da quello di altre operazioni di tipo marittimo-coloniale. Gli armatori investivano capitali immensi nelle spedizioni di caccia e raccolta, che potevano durare dai tre ai cinque anni. Protagoniste di ogni cosa le navi baleniere: vere e proprie fabbriche galleggianti, a metà strada fra la macelleria galleggiante e la nave cargo. Il suo equipaggio non era da meno, vedendo a bordo avventurieri d’ogni sorta capaci di gesta truci ai limiti dell’incredibile. Anch’essi mezzi macellai e commercianti, capaci di saltare su una lancia traballante per sfidare con un arpione mostri di varie tonnellate. La tecnica di base era stata appresa dai nativi. Lo sviluppo, fu puro frutto di una mentalità volta agli affari al netto di ogni etica e coscienza. Una volta arpionato e ucciso il cetaceo, infatti, i marinai non ne consumavano o conservavano le carni, ma ne sezionavano il grasso sul fianco della nave (flensing) e lo fondevano immediatamente sul ponte all’interno di enormi calderoni di ferro alimentati dal fuoco, chiamati try-works. L’olio fuso veniva poi stivato in barili di legno sottocoperta, per essere quindi trasportato a terra e poi venduto.

Per quanto incredibile, di suo fu un commercio capace di generare ricchezze colossali, oltre a opere immortali come il romanzo di Herman Melville Moby Dick (1851), nel quale è serbata memoria cruda di questa epopea, fulgida e tremenda tra la brutalità della caccia, il puzzo del grasso liquefatto a bordo e la dura vita dei marinai, il tutto mescolato al lusso raffinato dei salotti di Boston o di New York illuminati da quel terribile sacrificio marino, fra leggende cupe di balene e marinai…

Il segreto dell’alta profumeria: un tesoro chiamato ambra grigia

Se la testa e il corpo dei cetacei fornivano la luce per gli occhi, i loro visceri donavano una delle sostanze più preziose, misteriose e sensuali mai impiegate dall’olfatto umano: l’ambra grigia.

L’origine biologica dell’ambra

Per secoli l’origine dell’ambra grigia rimase un enigma assoluto. Raccolta sulle spiagge dell’Oceano Indiano, dell’Africa o del Pacifico (molto, molto più rara nel Mediterraneo), si pensava nell’ordine che fosse una sorta di schiuma marina indurita; magari il prodotto di vulcani sottomarini; oppure una resina prodotta da alberi oceanici. Solo con l’espansione della caccia al capodoglio si comprese che l’ambra grigia si forma esclusivamente nell’apparato digerente di questo animale.

La dinamica deriva dal fatto che – come dicevamo – il capodoglio si nutre principalmente di calamari giganti. Ora, i becchi chitinosi e duri di questi molluschi sono indigeribili e tendono a irritare le pareti dello stomaco e dell’intestino del cetaceo. Per difendersi, nel corso dell’evoluzione l’organismo del capodoglio ha imparato a secernere una sostanza grassa, densa e ricca di colesterolo che avvolge i becchi appuntiti, facilitandone il transito o inertizzandoli, bloccandoli in una massa solida. Questa massa viene periodicamente espulsa dall’animale (tramite vomito o defecazione) oppure rimane nell’intestino fino alla sua morte.

Ok, interessante (forse), ma cosa c’entra tutto questo con l’industria dei profumi…?

Calma, che ci arriviamo…

Il miracolo dell’invecchiamento oceanico

Appena espulsa o allo stato nativo, l’ambra grigia ha un aspetto nerastro, una consistenza gommosa e un odore sgradevole, fortemente fecale. Cioè, puzza e puzza forte. Tuttavia, la magia di questa sostanza risiede nell’interazione con gli elementi naturali. Galleggiando per anni, a volte per decenni, sulla superficie degli oceani, l’ambra grigia viene sottoposta all’azione combinata dei raggi ultravioletti del sole, della salinità dell’acqua marina e del moto ondoso.

Ebbene, questo processo di ossidazione e invecchiamento è quello che trasforma radicalmente il materiale:

  • Il colore vira dal nero al grigio argenteo, fino al bianco.
  • La consistenza diventa cerosa, semi friabile.
  • L’odore si evolve in un bouquet olfattivo indescrivibile: note di tabacco, legno antico, acqua di mare, muschio e una morbida dolcezza animale.

Il fissativo supremo nell’alta profumeria

Dapprima usata da sola, anche a mo’ d’incenso afrodisiaco, nell’industria dei profumi di Grasse e di Parigi, si scoprì che l’ambra grigia non aveva soltanto una sua propria, gradevolissima quanto complessa nota odorosa, ma era pur dotata della straordinaria proprietà di operare come fissativo di qualsiasi altra essenza.

Dote basilare, dato che all’epoca i profumi erano composti principalmente da oli essenziali floreali e agrumati, sostanze chimicamente volatili che evaporavano nel giro di poche ore. Se non attimi. L’ambra grigia invece, possiede la capacità molecolare di rallentare drasticamente il tasso di evaporazione degli altri componenti di ogni fragranza a cui viene mescolata, facendo sì che una singola goccia di profumo contenente una tintura di ambra grigia in emulsione, potesse resistere sulla pelle o sui tessuti per giorni, mantenendo inalterata la struttura delle note olfattive.

Fu per questa via che l’ambra grigia divenne l’ingrediente d’elezione per i profumi destinati a re, imperatori e alla nascente borghesia industriale. Raggiungendo in breve quotazioni di mercato superiori a quelle dell’oro, trasformando ogni blocco trovato casualmente da pescatori o navigatori in una fortuna generazionale.

Giusto per, un blocco da un chilo rinvenuto s’una spiaggia? Non vale meno di una berlina di lusso di fabbricazione tedesca.

Un pezzo da 10 chili? Sembra “merda”, ma è una villa con piscina vista mare.

Il declino e la “salvezza” della transizione petrol-chimica

Verso la metà dell’Ottocento, il successo planetario dell’industria baleniera sospinta da una domanda sempre crescente, si rivelò anche la causa della sua crisi. Le popolazioni di balene e capodogli nei mari più accessibili, in breve vennero decimate da una caccia spietata e senza regole. Le navi furono così costrette a spingersi in viaggi sempre più lunghi e pericolosi verso l’Artico e l’Antartico, aumentando vertiginosamente i costi operativi della flotta. Di conseguenza, il prezzo dell’olio di balena e dello spermaceti salì a livelli insostenibili per i consumatori.

Già, il solito discorso delle “risorse non rinnovabili”…

Il petrolio “buono” che salva le balene

La salvezza dei cetacei tuttavia non arrivò da un sentimento di ecologismo ante litteram, o da qualche legge emanata da questo o quel governo, ma da una rivoluzione chimica e dunque commerciale, frutto della scoperta di quello che di lì in poi (e lo è ancora) sarebbe stato “l’oro nero”.

È il 1859 quando Edwin Drake perfora il primo vero pozzo petrolifero a Titusville, in Pennsylvania. Sembra niente, e invece è tutto. Dato che in breve tempo la raffinazione del petrolio greggio permise di ottenere il cherosene, un idrocarburo liquido economico, sicuro e capace di bruciare con una luce limpida, senza fumo e a una frazione del costo dell’olio di balena viste le scorte (apparentemente) infinite.

Nel giro di un decennio, il mercato dell’olio di balena dapprima crollò drasticamente, per poi finire. Le lampade a cherosene sostituirono quelle a olio, e le candele di paraffina (un sottoprodotto del petrolio) rimpiazzarono quelle di spermaceti. Nel 1879, l’invenzione della lampadina a incandescenza di Thomas Edison infine, inferse il colpo di grazia definitivo all’uso illuminotecnico dei grassi animali.

Finì quindi anche la caccia alle balene? “Ni”, specie per quel che poi riguardava i capodogli…

La sostituzione (anche) nei profumi

Infatti, mentre l’olio per illuminazione svanì rapidamente grazie alla nascente industria petrol-chimica, l’uso dell’ambra grigia in profumeria (anche perché nel frattempo si era imparato per via chimica a invecchiare e trattare quella estratta dagli intestini degli animali appena macellati) resistette più a lungo, data l’impossibilità iniziale di replicare le sue doti fissative in laboratorio. Tuttavia, nel corso del XX secolo, la firma della convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES) e l’introduzione di leggi severe a tutela dei mammiferi marini, hanno spinto l’industria a cercare alternative biologiche e sintetiche in ogni caso sostenibili.

Oggi, i chimici della profumeria hanno isolato i principi attivi responsabili del successo dell’ambra grigia, in particolare l’ambroxan (o ambrossido), una molecola sintetizzata a partire dallo sclareolo, un composto estratto dalla pianta di salvia sclarea. L’ambroxan moderno infatti, offre lo stesso calore avvolgente e le proprietà fissative dell’ambra grigia originaria, garantendo la sostenibilità ambientale e la sopravvivenza dei giganti del mare.

Un’eredità storica e culturale (e una grande lezione)

La storia dell’olio di balena, dello spermaceti e dell’ambra grigia rappresenta quindi un capitolo affascinante e contraddittorio dello sviluppo umano. Da un lato, ha testimoniato l’ingegno e il coraggio di generazioni di marinai che hanno sfidato gli oceani per portare la luce nelle case e l’eleganza nei costumi sociali; dall’altro, ha mostrato il volto distruttivo di uno sfruttamento commerciale indiscriminato delle risorse naturali.

Oggi, guardando i lampioni elettrici delle nostre città o indossando una fragranza moderna, beneficiamo indirettamente di una transizione tecnologica che ha permesso all’umanità di progredire, lasciando finalmente i capodogli e le balene liberi di popolare gli abissi oceanici.

Come? Grazie a qualcosa che oggi torniamo a chiamare problema: i combustibili fossili. Ma questa è un’altra storia… o forse no?

Andrea Aromatico

Andrea Aromatico

Andrea Aromatico è podcaster e conduttore dei format di Vision SCF: The International, dedicato alla storia economica e alla geopolitica, e Fuori Copione, il podcast con imprenditori e professionisti che conduce insieme a Federico Marcon.

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